
Giunti alla fine di aprile, con gli appuntamenti internazionali che imperversano e le prime due prove di Nations’ Cup all’orizzonte (Orlen Nations Grand Prix e Corsa della Pace, entrambe nella seconda metà di maggio), il tema torna prepotentemente di attualità. Perché nella nazionale italiana, ad esempio, potrebbero presto trovar posto giovani professionisti come Crescioli, Turconi, Biagini, Conforti, Scalco o Paletti. Una possibilità che, c’è da giurarci, sarà tenuta in forte considerazione da tutte le nazionali più blasonate che si schiereranno alla partenza del Tour de l’Avenir, terza e ultima prova di Nations’ Cup. Non è una novità, da qualche stagione a questa parte ci siamo abituati a veder trionfare dei professionisti nella versione giovanile del Tour de France, ma perché non uniformare il regolamento? Perché un ventenne della massima categoria può partecipare all’Avenir ma non al mondiale e all’europeo? E ancora, perché uno degli elementi del progetto giovani della VF Group-Bardiani CSF è libero di correre (e vincere, com’è accaduto con Turconi al Piva) le classiche internazionali ma non le prove iridate e continentali?
A Zurigo era in corso la gara in linea iridata a loro riservata, quando l’Unione Ciclistica Internazionale diramò ufficialmente la notizia: dal 2025, nelle prove degli europei e dei mondiali dedicate agli Under 23, i professionisti non avrebbero più potuto partecipare. Una decisione che fece discutere, vivaddio, ma che alla maggior parte degli addetti ai lavori sembrò di buonsenso: per quanto giovane e inesperto, ogni atleta che ha già dimostrato di saper vincere e piazzarsi nella massima categoria non ha più molto a che spartire con la serie inferiore. Rimaneva, e rimane tuttora, oggetto di dibattito il particolare limbo in cui si muovono i corridori dei vivai, coinvolti spesso e volentieri dalle formazioni principali e quindi avvantaggiati (perché più abituati a certi ritmi e a certe distanze) rispetto ai dilettanti tradizionali. Ma insomma, quantomeno una direzione era stata imboccata.
Una disparità di trattamento che denota una certa confusione nei vertici internazionali, ma sulla quale molto probabilmente si sta già cominciando a riflettere per capire come intervenire.













