
Fino a qualche giorno fa, il Tour de l’Avenir non compariva ancora nel calendario ufficiale dell’Unione Ciclistica Internazionale. Fino a prova contraria, insomma, non si poteva nemmeno essere certi che la gara si sarebbe effettivamente tenuta. Non sarebbe stata una prima volta assoluta: nella sua storia travagliata (il nome cambiato in almeno tre occasioni, la confusione tra professionisti e dilettanti), l’Avenir infatti non era stato organizzato già nel 1970, nel 1975, nel 1991 e nel 2020, a causa della pandemia.
Adesso figura in programma dal 23 al 30 agosto, quindi nella sua classica collocazione, pare dopo una lunga trattativa con l’UCI. Motivo della querelle: più che alle nazionali, l’organizzazione firmata Alpes Vélo pensava alle development. Una decisione a suo modo epocale, che avrebbe segnato una drastica inversione di rotta e che avrebbe reso, a quel punto, incompatibile la corsa francese con la filosofia dello scarno calendario della Nations’ Cup (l’Avenir è il terzo di tre appuntamenti, gli altri due sono l’Orlen Nations Grand Prix e la Course de la Paix, che si tengono tra la seconda metà di maggio e l’inizio di giugno).
Non c’è da stupirsi se uno dei più grandi appuntamenti del calendario giovanile internazionale inizia a strizzare l’occhio allo sfarzoso e accattivante panorama dei vivai. Ormai, delle diciotto formazioni del World Tour, sedici gestiscono in maniera più o meno diretta una squadra satellite. All’appello mancano soltanto la Cofidis, che punta invece su uno scouting europeo appoggiandosi a realtà di comprovato valore, e la Movistar, che tuttavia sta seriamente valutando l’allestimento di un vivaio dopo le tante critiche ricevute per essersi lasciata sfuggire talenti come Torres, Beloki e Freire, adesso rispettivamente nella UAE Team Emirates-XRG, nella EF Education e nella Gen Z, la primavera della UAE di Pogačar.
Se per quest’anno la situazione rimarrà invariata, è probabile che gli organizzatori dell’Avenir tornino all’attacco nel 2026. Sarebbe un altro colpo di piccone all’immaginario tradizionale, sempre più condizionato e stravolto dalle altissime cifre che ormai vengono regolarmente immesse anche nel ciclismo. L’illusione, magari, di diventare davvero un Tour de France in miniatura: a quel punto, i protagonisti delle due gare vestirebbero praticamente le stesse maglie.
Una questione, quella dei vivai, che riguarda sempre più da vicino anche il Giro Next Gen. Del quale, è bene ribadirlo, si sa pochissimo, se non che è in programma dal 15 al 22 giugno e che dovrebbe scattare dalla periferia di Milano con una cronometro. Lo scorso anno vennero escluse Groupama-Fdj, Q36.5 e Hopplà. Se alle development delle World Tour aggiungiamo anche le migliori delle Professional (Israel, Lotto, Tudor, il progetto giovani della VF Group), quanti posti rimangono effettivamente a disposizione delle continental e delle squadre di club del movimento italiano? Ma l’errore, probabilmente, sta nel continuare a considerare il Giro quello che non è più: il momento più alto di sintesi e confronto del ciclismo nostrano. Laddove nostrano, adesso, va sostituito con internazionale.













