I bambini sanno essere di una crudeltà infinita. «Perché di nuovo quarto?», ha chiesto il piccolo Georges, visibilmente deluso, a papà Wout van Aert sull’erba al centro del velodromo. «Perché in tre sono stati più veloci di me», gli ha risposto lui con l’onestà che sempre si deve ai più piccoli. E davvero van Aert aveva ragione.
Tra i tanti numeri che abbiamo analizzato in queste ore, tra i tanti video che abbiamo riguardato (scoprendo che non bastano le ore di diretta per capire davvero la Parigi-Roubaix) c’è una statistica che ci sbatte in faccia quanto il ciclismo sia cambiato in pochi anni. Con il tempo che è servito a Philippe Gilbert per vincere l’edizione 2019, 5h58’02’, quest’anno il belga sarebbe finito fuori tempo massimo.
Nel 2019, tra l’altro la corsa era lunga 257 km contro i 259,2 di domenica, 2,2 km in meno, e nel 2019 i corridori affrontarono 54,5 km di pavé, suddivisi in 29 settori, quindi 800 metri e un settore in meno di pietre rispetto a quest’anno. Ma quest’anno il tempo del vincitore Mathieu van der Poel è stato di 5h31’37”. Con 26 minuti e 35 secondi in più, Gilbert quest’anno sarebbe arrivato fuori classifica: l’ultimo corridore classificato è stato infatti lo spagnolo Oier Lazkano che ha chiuso 117° a 21’45” dal vincitore.
Impressionante la differenza di media: 43,069 km/h nel 2019 contro i 46,921 di quest’anno, considerato che anche nell’anno di Gilbert la corsa si svolse all’asciutto. Aveva ragione Tadej Pogacar nelle sue sensazioni a caldo, appena arrivato al velodromo. «Una delle gare più dure che abbia mai fatto… Quando siamo rimasti in cinque, ho raggiunto alcune delle potenze più alte della mia carriera”.














