
Un anno e mezzo dopo l’incidente in cui ha rischiato di morire, se Federico Iacomoni dovesse usare un aggettivo per descriversi sarebbe “indistruttibile”. Perlomeno, è così che si sente. Durante un allenamento come tanti altri, era stato travolto dall’incauta manovra di un automobilista. Finito in un fosso profondo quattro metri, il responso fu drammatico: si ruppe il bacino, s’incrinò costole e vertebre, e rischiò di perdere un braccio.
«Dico “indistruttibile” perché, oltre ad essere sopravvissuto, sono anche riuscito a tornare a correre in tempi brevi. Avrei bruciato ulteriormente le tappe senza il citomegalovirus, che purtroppo ha rallentato il mio ritorno. E nella seconda parte della stagione, verso la fine dell’estate, sono riuscito a vincere: prima la Coppa Ciuffenna e poi la Coppa Mobilio, sia la cronometro che la classifica finale. Ho definitivamente preso consapevolezza dei miei mezzi e della mia forza di volontà. Ho fatto, e sto facendo, di tutto affinché la mia carriera non debba interrompersi a causa di quell’incidente».
Proprio quando stavi tornando ai vertici del dilettantismo italiano, la Zalf vi ha comunicato che non avrebbe proseguito.
«È stato un duro colpo da incassare. Sapevamo che la situazione non era semplice, che la società stava tentando in ogni modo di rimanere a galla; ma non immaginavamo che la Zalf potesse davvero chiudere i battenti. Comunque la stagione è stata ugualmente ottima: abbiamo vinto tanto e bene, e la squadra ha sempre creduto in me anche nei momenti peggiori. Ho sempre avvertito fiducia, e di questo li ringrazio».
Insieme al tuo procuratore, Maurizio Fondriest, alla fine hai scelto la Biesse-Carrera-Premac.
«Ho accettato l’offerta di una buonissima formazione, sicuramente quella che mi ha voluto con maggior insistenza. L’interesse delle altre realtà che mi avevano contattato non era paragonabile. Sono entrato a far parte di un ambiente affiatato e appassionato. Nicoletti è un direttore sportivo presente e disponibile, Boifava un presidente giovane e preparato. È ottimo anche l’organico, senza dubbio uno dei più validi d’Italia».
Non hai preso in considerazione l’ipotesi di trasferirti in una continental straniera?
«Sì e no. Se fosse arrivata l’offerta di un vivaio non ci avrei pensato due volte, ma quanti sono quelli che puntano sugli elite? Forse quello della Alpecin e basta. E poi devo essere onesto: i risultati ottenuti nel 2024 sono stati buoni, considerando quello che mi era accaduto, però non posso criticare una development per non avermi cercato. Per svariati motivi, fino a giugno mi si è visto poco o nulla. Ma non credo che alla Biesse manchi qualcosa rispetto alla maggior parte delle continental straniere».
Hai debuttato alla San Geo, ma purtroppo hai dovuto fermarti subito per un fastidio al ginocchio. Cos’è successo?
«Non ci voleva, dopo un inverno di duro lavoro. Praticamente si è infiammata la rotula del ginocchio sinistro, peraltro quello incidentato un anno e mezzo fa. Dobbiamo ancora capire qual è l’origine del problema. Quando si cambiano bicicletta e posizione, può succedere. Col senno di poi ho sbagliato a pedalarci sopra, avrei dovuto fermarmi e pensare a guarire. Alla San Geo ho corso col freno a mano tirato, tra dolori e crampi. Peccato, perché rientrerò soltanto tra la fine di marzo e l’inizio di aprile».
A quali gare avresti dovuto prendere parte?
«Al Laigueglia e a Montecassiano, tanto per citarne due. L’annata è lunga, certo, ma non è che di occasioni ce ne siano un milione. A maggior ragione per un elite come me. O come Dati, mio compagno di squadra. Gli unici elite della Biesse-Carrera-Premac siamo noi due. Il ruolo mi piace, credo di essere nato per guidare i compagni meno esperti nei frangenti più delicati. Più che capitano mi definirei uomo squadra, ecco. Ma avere più chance a disposizione sarebbe bello, si capisce».
Magari potendo partecipare a quelle corse attualmente riservate agli Under 23, gare che tu conosci benissimo avendole affrontate fino ad alcuni mesi fa.
«Nei giorni scorsi pensavo proprio a questo. Finché si vive il quadriennio da Under 23, al futuro non si pensa. Si è portati a credere che il ciclismo vero sia quello, che gli elite stiano soltanto perdendo tempo. Ora che sono passato dall’altra parte della barricata, invece, mi rendo conto che il tempo passa in fretta, e che può succedere di dover fronteggiare delle disgrazie che ovviamente non si erano messe in conto. Sì, aprire gli appuntamenti internazionali anche agli elite rappresenterebbe una boccata d’ossigeno per chi non si è ancora arreso».
In questa categoria rientri anche tu: ma fino a quando?
«Credo proprio che questa sarà la mia ultima stagione. Sento di meritare un’ultima chance per quello che mi è successo verso la fine del 2023, ma non voglio trascinarmi oltre. Il mio obiettivo è passare professionista, è sempre stato quello, e tra i dilettanti voglio rimanerci giusto il tempo necessario per meritarmi il passaggio nella massima categoria. Non desidero andare avanti ad oltranza soltanto per il piacere di correre».
















