Se il Tour du Ruanda era la prova generale, è stato un segnale chiaro del fatto che andare a correre un Mondiale nel paese africano è un azzardo. E a pagarlo saranno le nazionali, i corridori, i tifosi, gli appassionati di ciclismo. Come al solito.
D’accordo, la guerra è rimasta lontana dalla corsa, e questo quanto meno è un sollievo. Ma la situazione geopolitica – non soltanto in Africa, certo, ma del Ruanda ci stiamo occupando adesso – non promette niente di buono. Poi ci sono i prezzi, e dunque l’esborso che federazioni già in difficoltà dovranno affrontare per una trasferta del genere. Sappiamo che già diverse nazionali – Danimarca, Belgio e Paesi Bassi – non porteranno le selezioni giovanili, e questa è la prima sconfitta, per tutti.
Per tutti ma soprattutto per l’UCI. Che si preoccupa della lunghezza dei calzini (ricordiamo una delle norme fondamentali dell’ordinamento ciclistico: «Calzini e soprascarpe utilizzati in competizione non possono superare l’altezza definita dalla metà della distanza tra il centro del malleolo laterale e il centro della testa del perone») e dell’inclinazione dei freni («Il piano mediano delle leve dei freni deve essere allineato con il piano mediano del manubrio tradizionale. Una inclinazione massima di 10 gradi è consentita fra i due piani»). L’UCI che in tema di sicurezza non interviene quando i segnalatori fanno sbagliare strada al gruppo e neanche quando le automobili entrano liberamente sul percorso, ma ha la premura di multare, retrocedere e sanzionare un corridore che esulta dopo che il suo capitano ha vinto la volata che lui gli ha tirato, vedi Kaden Groves con Jasper Philipsen.
Una delle prime vittime di questo corto circuito fu Davide Ballerini, all’ultimo Tour de France. Fu multato di 200 franchi per «comportamento inappropriato all’arrivo e danno all’immagine dello sport». Cos’era successo di così tremendo? Uno dei membri della giuria lo aveva colto in flagrante: avendo ormai esaurito il suo compito di lanciare la volata a Cav, Ballerini si era fermato a 400 metri dal traguardo per guardare lo sprint e l’apoteosi del suo capitano (che quel giorno superava il record di Merckx) su un maxischermo. Danno d’immagine. Andate a rivedervi le immagini dell’Etoile des Bessèges e quelle della Volta ao Algarve, e provate a dire chi danneggia di più l’immagine del ciclismo.
Il presidente dell’UCI David Lappartient è stato in Ruanda la settimana scorsa per annunciare il lancio di un nuovo centro satellite regionale UCI World Cycling Centre e nell’occasione ha ribadito che non esiste al momento un “piano B” per i Mondiali qualora l’evento ruandese dovesse saltare. Contemporaneamente, il parlamento europeo sta chiedendo che i Campionati del mondo in Ruanda vengano spostati a causa del ruolo dei ruandesi nel conflitto del Kivu: per il presidente dell’UCI diventa difficile ignorare le istituzioni europee in un momento in cui aspira alla presidenza del CIO.
È di queste ore la notizia che la comunità internazionale sta intensificando le misure contro il Ruanda, accusato di interferenze nei conflitti nella Repubblica Democratica del Congo. La Germania ha congelato nuovi finanziamenti e sta rivedendo i termini della cooperazione bilaterale con Kigali. Il Canada ha adottato misure ancora più drastiche: stop ai permessi di esportazione per beni e tecnologie controllate, sospensione di nuove collaborazioni economiche e boicottaggio degli eventi internazionali organizzati dal Ruanda. Tutte decisioni che evidenziano il progressivo isolamento del Governo ruandese sulla scena internazionale. Se le pressioni diplomatiche dovessero intensificarsi, Kigali potrebbe trovarsi a fronteggiare ulteriori sanzioni e restrizioni nei rapporti con i partner occidentali.
Nessuno vuole ignorare l’impatto che avrebbe un Mondiale di ciclismo in Ruanda, soprattutto in termini di ispirazione per una nuova generazione di ciclisti e per accrescere l’impatto dello sport nel paese. Il governo e l’UCI lavoreranno sulla sicurezza e sui costi, ne siamo sicuri. Ma il Mondiale di ciclismo è il momento più alto della stagione agonistica, non un viaggio avventura.














