I Mondiali in Ruanda sono ancora piuttosto lontani, ma il paese africano negli ultimi giorni è già entrato nelle prime pagine dei vari quotidiani e nei servizi dei telegiornali di tutto il mondo. Purtroppo, il ciclismo non c’entra nulla. E come spesso accade quando si va a mettere l’occhio in alcune realtà, è la guerra ad essere protagonista.
Sì, proprio lì dove a settembre quasi duecento ciclisti si sfideranno per l’ambita maglia iridata, la situazione appare instabile. Il piccolo Paese con capitale Kigali è in forte crisi con il vicino Congo, in stato di emergenza ormai dalla decolonizzazione del 1960. Un conflitto vecchio e sanguinoso tra due Stati che non si sono mai realmente sopportati.
Proprio la scorsa domenica, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, la città di Goma è caduta nelle mani dei ribelli del movimento M23. Saccheggi, morti, violenze e l’esercito dello Stato costretto a deporre le armi. Ma c’è di più. L’M23 è sostenuto proprio dal Ruanda, che si stima aver inviato fra i tremila e i quattromila soldati in territorio congolese.
L’Onu, come molto spesso accade, è rimasta a guardare, nonostante l’enorme presenza dei Caschi Blu nell’area. Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno immediatamente condannato la posizione del Ruanda, che interferisce negli affari interni di un altro stato, ma lo Stato che ospiterà i prossimi campionati del mondo di ciclismo ha risposto nettamente. «I combattimenti vicino al confine ruandese continuano a rappresentare una seria minaccia per la sicurezza e l’integrità territoriale del Ruanda e richiedono una posizione difensiva», come spiegato dal ministero degli Esteri ruandese.
Non è mancato neppure l’intervento della vecchia potenza coloniale. Il Belgio, che proprio il Congo e il Ruanda ha controllato negli anni del colonialismo, ha preso le difese dello stato sovrano attraverso il ministro degli esteri, Bernard Quintin. Poche parole semplici, ma di impatto: «La situazione è inaccettabile e viola il diritto internazionale e umanitario».
Da appassionati di ciclismo, e senza entrare troppo nel merito della questione, la domanda sorge spontanea. Ha senso correre i Mondiali in un Paese che viola il diritto internazionale e umanitario secondo la gran parte delle Nazioni Unite? E pur volendo pensare che queste accuse non siano vere, ha senso allestire un evento così importante in un Paese che schiera al confine con un altro i propri militari, appoggiando delle truppe ribelli?
Non dimentichiamo poi quanto successo nel 1994 con il Genocidio ruandese e lo scontro tra le etnie Tutsi e Huti. I focolai di tensione interni al Paese, anche “grazie” alla figura del presidente Paul Kagame (in carica dal 2000), sembrano essere terminati. Ma nel corso degli anni lo stesso Ruanda si è reso protagonista di azioni alquanto discutibili. In Congo, infatti, si sono rifugiati molti degli autori dello sterminio dopo la vittoria degli uomini di Kagame, che non ha perdonato la morte di oltre un milione di persone della sua stessa etnia.
Meno di nove mesi ci separano dai Mondiali e già diverse nazionali (anche a causa degli enormi costi logistici) hanno affermato di non portare alcune categorie giovanili. L’Olanda per esempio non avrà Juniores e Under 23, la Danimarca non avrà gli Junior, mentre il Belgio effettuerà delle selezioni più piccole. Sulla Gazzetta dello Sport un’analisi ha calcolato la bellezza di ben 450 mila euro per le varie nazionali italiane. Una spesa enorme per il budget della Federazione.
La situazione instabile ai confini del Ruanda potrebbe contribuire a rendere ancora più difficoltosa la trasferta africana per le varie nazionali. Sappiamo bene quanto il ciclismo sia popolare tra la popolazione (si vedano le meravigliose immagini del Tour du Ruanda) e quanti scenari mozzafiato potremmo ammirare in un Paese tutto da scoprire, ricco di natura e bellezze. La speranza, chiaramente, è che tutti gli scontri possano fermarsi il prima possibile e che lo sport possa essere l’unico oggetto delle varie discussioni.












