
Quando Francesco Della Lunga, così come tutti i suoi ex compagni di squadra, è venuto a sapere da un momento all’altro che la Hopplà-Petroli Firenze-Don Camillo rischiava di dover chiudere i battenti, ha capito che forse il suo tempo nel ciclismo era davvero scaduto.
«La scorsa stagione la reputo la migliore della mia carriera: o almeno, io l’ho vissuta così. Ho buttato via alcune occasioni e ad un corridore come me si chiedeva forse di più in ambito nazionale, ma le mie quattro vittorie tra cui l’internazionale di Castelfidardo le ho conquistate. Nonostante l’enorme fatica fatta d’inverno per lasciarmi definitivamente alle spalle la mononucleosi del 2023, ero riuscito ad ambientarmi bene sia con i compagni che con Provini. Insomma, eravamo proprio un bel gruppo e ci siamo divertiti, e i risultati raccolti lo dimostrano. Ma quando, dal giorno alla notte, si è iniziato a dire che davvero la squadra poteva fermarsi, mi è cascato il mondo addosso».
Spiegati meglio.
«Mettiti nei miei panni. Dopo una stagione non dico esaltante, ci mancherebbe, ma comunque buona, in cui si è vinto e si è costruito per il futuro, era logico sognare di ripartire ancora più motivati per dare un ultimo assalto al professionismo, anche se ormai avevo cominciato ad accettare l’ipotesi che probabilmente a certi livelli non ci sarei mai arrivato. Ma ugualmente, nutrivo le mie ambizioni e non vedevo l’ora di ricominciare. E invece, all’improvviso, è come se tutto si fosse fermato».
Ma la possibilità di cambiare eventualmente squadra non ti sarà mancata, no?
«Io e il mio procuratore, Mori, ci siamo subito mossi, ma non era così scontato accasarsi bene: tanti organici sono chiusi a settembre, figurati a dicembre. Magari qualcosa avrei trovato, non dico di no, ma in quel momento mi sono reso conto di aver perso la spinta, l’inerzia e la fiducia nell’ambiente. Non m’interessa fare polemica perché ormai si parla del passato, ma se vuoi la mia opinione io ti rispondo che non ho ancora capito com’è stata gestita la faccenda: prima si diceva che la Hopplà-Petroli Firenze-Don Camillo non sarebbe andata avanti, poi che avrebbe proseguito l’attività ma senza Provini. Sono state giornate strane e confuse».
E quindi perché hai deciso di smettere?
«Perché non me la sarei sentita di ricominciare altrove, a quasi ventiquattro anni, non essendo io per primo convinto della mia decisione. Sarò troppo buono, ma per me il rispetto è basilare: non posso pensare di andare alle corse tanto per attaccare il dorsale alla schiena, o per onorare con il minimo sforzo un contratto comunque importante. Lo avrei trovato umiliante per me e per chi aveva creduto nelle mie qualità».
Cosa ti hanno detto le persone con cui ti sei confrontato?
«Ci sono rimaste tutte male, in primis i miei genitori. Cosa vuoi, vado in bicicletta da una vita e il ciclismo sarà per sempre il mio sport. Per inseguire il mio sogno ho sacrificato tanto, soprattutto dal punto di vista delle relazioni, ed è normale che ci sia del dispiacere, sia in me che in chi mi sta vicino. Ho voluto prendere una decisione forte in linea con quello che sentivo. Non tocco la bicicletta da un mese, nelle ultime settimane mi sono distratto con la famiglia e gli amici di sempre».
Qual è il tuo rimpianto più grande?
«Non aver potuto esprimermi come avrei desiderato. Se Della Lunga smette non è colpa di nessuno e il ciclismo andrà comunque avanti, intendiamoci, però devo dire che la fortuna non è mai stata dalla mia parte. Sono arrivato tra i dilettanti nell’anno in cui è scoppiata la pandemia, cadute e infortuni non sono mai mancati, e poi nel 2023 mi sono giocato più di metà stagione per colpa della mononucleosi. Di cinque stagioni complessive tra gli Under 23, con una certa serenità ne avrò affrontate due, non di più».
Eri passato con altre aspettative, dopo due discrete annate tra gli juniores.
«È proprio quello il mio cruccio più grande. La controprova non esisterà mai, sarei troppo arrogante se dicessi che con un percorso meno accidentato avrei trovato un ingaggio tra i professionisti, però mi sarebbe piaciuto potermi allenare e correre con più regolarità. Tra i ricordi più cari terrò le vittorie conquistate, su tutte quella alla Firenze-Empoli del 2023, una classica del calendario dilettantistico italiano che in tanti non hanno vinto».
Certo, magari qualche gara in più per gli scalatori e per i velocisti non guasterebbe. Le corse si assomigliano quasi tutte: nervose e vallonate, adatte ai corridori mediamente veloci e resistenti.
«È vero, specialmente negli ultimi anni è emersa nettamente la tendenza ad inserire uno strappo in più, in particolar modo nel finale. Nel professionismo di tappe piatte non ce ne sono quasi più, quindi capisco che anche il mondo dei dilettanti debba adattarsi, ma effettivamente se si tolgono i circuiti regionali rimangono Popolarissima, Vicenza-Bionde, Porto e poco altro. Non è per questo motivo che io smetto, figurarsi, ma se un velocista come me avesse avuto qualche chance in più non ci avrebbe sputato sopra, ecco».
Adesso che farai?
«Non lo so, sono sincero, ma bisogna che qualcosa faccia, perché non voglio rimanere con le mani in mano né farmi assalire dalla malinconia a ventitré anni e mezzo. Alle gare andrò ancora, ovviamente da spettatore, perché al ciclismo mi legano tante amicizie e una grandissima passione. Ma ora come ora non credo di voler far parte dell’ambiente. Magari potrei pensare di lavorare come meccanico in un negozio di biciclette, questo sì. Un passo alla volta mi rimetterò in carreggiata».
















