Per tutti quegli Under 23 italiani che ambiscono al professionismo e che, tuttavia, non riescono a trovare un posto, la Jcl Ukyo di Alberto Volpi sta diventando una sorta di isola felice a cui tentare d’approdare. «Un cuscinetto», lo definisce lui in maniera riduttiva. Meglio: il compromesso ideale tra professionismo e semiprofessionismo, giacché la Ukyo è una continental. Di fattura pregiata, però.
«Che dispiacere dover dire di no a tutti quei ragazzi che mi hanno cercato per sapere se potevo prenderli – racconta Volpi – C’è chi avrebbe corso gratis, pur di entrare nel team. Posso capire che per molti rappresenti la migliore delle alternative: non si può parlare di professionismo, ma il calendario e la professionalità con cui si lavora sono impeccabili. Da formazione professionistica, appunto. Mi piacerebbe, ma non posso ingaggiare trenta corridori».
L’anno prossimo saranno dodici, tra cui quattro italiani: Fancellu, D’Amato, Garibbo e Raccani.
«Raccani è un ottimo scalatore, Garibbo lo reputo completo e scaltro, e D’Amato oltreché veloce mi pare che abbia diversi margini di miglioramento. E poi c’è Fancellu, il più famoso dei quattro, un talento che dobbiamo provare a rilanciare. Ha i mezzi per far parte stabilmente del professionismo e per togliersi qualche soddisfazione, ma il corpo è nulla senza la testa. Gli ho già detto che deve voltare pagina e lasciarsi il passato alle spalle: basta pensare a quel bronzo mondiale tra gli juniores, quando nel 2018 arrivò dietro ad Evenepoel e a Mayrhofer. Non avrà pressioni, nessuno gli chiederà la luna e nessuno lo farà sentire un predestinato».

Quattro italiani, dopo che nel 2024 ne avete valorizzati e rilanciati già tre: Pesenti, Carboni e Malucelli.
«Pesenti era quello che conoscevo meno, ma dopo alcune segnalazioni lo abbiamo analizzato attentamente e non abbiamo avuto dubbi: era un corridore. Meno costante degli altri due, ma anche meno esperto. Non a caso lo ha ingaggiato il vivaio della Soudal-Quick Step e Bramati mi ha detto che correrà anche con la prima squadra. Carboni era reduce da stagioni difficili, influenzate da tanti incidenti: aveva solo bisogno di serenità. E Malucelli non aveva bisogno di presentazioni, per la categoria era un lusso, tra i professionisti aveva già vinto sei gare prima di venire da noi. Meritava una chance nel World Tour e sono contento che la Xds Astana gliel’abbia data. La differenza l’ha fatta la loro voglia di riscattarsi e di mettersi in evidenza».
Perché, a differenza di tante altre realtà internazionali, puntate così tanto sugli elite e su quei corridori che per svariati motivi non hanno reso come ci si aspettava?
«Non voglio essere ipocrita: non disponendo di un budget illimitato e dovendoci confrontare con i vivai che attraggono i migliori talenti internazionali, bisogna fare di necessità virtù. Tuttavia, dopo tredici stagioni da corridore e ventisette in ammiraglia, ho capito che ogni corridore ha la propria storia e che per giudicarlo con precisione ci vuole tempo. Il ciclismo di buon livello è spietato, so come funziona, però si deve credere nel valore di quegli atleti che per emergere necessitano di un paio di stagioni in più».

Che futuro immagini per la categoria degli Under 23?
«È una domanda lecita, ma talmente vasta che mi viene soltanto da allargare le braccia. È davvero difficile dare una risposta esaustiva. Fa riflettere che il dubbio sia diventato così frequente: fino a qualche stagione fa non ci si chiedeva così spesso se la categoria degli Under 23 avesse davvero un senso e un futuro. Per il resto, il mio parere è che l’Unione Ciclistica Internazionale si renda conto che il dilettantismo internazionale, se così vogliamo definirlo, non può essere unicamente rappresentato da quei venti o trenta vivai delle formazioni professionistiche».
Da direttore sportivo a team manager: com’è cambiata la tua vita?
«A sessant’anni, dopo una vita e una carriera come le mie, non ci s’inventa manager a tutti gli effetti dall’oggi al domani. Il mio ruolo, oltreché di gestione, è rimasto anche molto operativo e concreto. La sveglia suona alle 6 e 30 ma in Giappone la giornata è già passata per metà, dunque non ho molto tempo a disposizione per mettermi in contatto con l’altra parte del mondo. È un lavoro di raccordo tra le tante anime: quella europea e quella giapponese, quella dei corridori e quella dello staff, quella più organizzativa e quella più concernente la Federazione. È un ruolo impegnativo e gratificante allo stesso tempo, e per questo devo ringraziare Ukyo Katayama, che mi ha scelto e affidato le chiavi della squadra».

A quando il primo salto di categoria tra le Professional?
«Entro giugno decideremo, altrimenti mancherebbero le tempistiche per ampliare il progetto come la nuova categoria imporrebbe. A quel punto dovremmo ingaggiare corridori di caratura internazionale, rafforzare lo staff, rivedere il calendario, poter contare su un magazzino più grande. Insomma, non s’improvvisano i programmi di una squadra ambiziosa e internazionale che si divide tra l’Italia e il Giappone».
La vostra prima stagione vi ha soddisfatti?
«Sì, il mio bilancio non può che essere positivo. I corridori italiani si sono rilanciati e hanno ottenuto degli ottimi risultati, i giapponesi invece hanno capito cosa significa praticare il ciclismo ad alti livelli. Senz’altro merita una menzione Manuele Boaro, che si sta rivelando un direttore sportivo brillante e attento alle esigenze dei corridori, disposto al sacrificio esattamente come finché ha corso. Nel 2025 potremo toglierci altre soddisfazioni: mi piace citare Kobayashi, campione giapponese di una certa esperienza, e Zeray, eritreo che proprio in questi giorni si trasferirà in Italia e che in salita ha già raccolto ottimi risultati tra gli Under 23. Nel ciclismo serve la memoria corta: meno ci si ricorda delle vittorie, e più si ha voglia di riconfermarsi».















