Volpi: «Il Team Ukyo punta sugli elite italiani perché ognuno matura a suo tempo»

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Alberto Volpi, 62 anni, è il team manager della JCL Team Ukyo.
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Per tutti quegli Under 23 italiani che ambiscono al professionismo e che, tuttavia, non riescono a trovare un posto, la Jcl Ukyo di Alberto Volpi sta diventando una sorta di isola felice a cui tentare d’approdare. «Un cuscinetto», lo definisce lui in maniera riduttiva. Meglio: il compromesso ideale tra professionismo e semiprofessionismo, giacché la Ukyo è una continental. Di fattura pregiata, però.

«Che dispiacere dover dire di no a tutti quei ragazzi che mi hanno cercato per sapere se potevo prenderli – racconta Volpi – C’è chi avrebbe corso gratis, pur di entrare nel team. Posso capire che per molti rappresenti la migliore delle alternative: non si può parlare di professionismo, ma il calendario e la professionalità con cui si lavora sono impeccabili. Da formazione professionistica, appunto. Mi piacerebbe, ma non posso ingaggiare trenta corridori».

L’anno prossimo saranno dodici, tra cui quattro italiani: Fancellu, D’Amato, Garibbo e Raccani.

«Raccani è un ottimo scalatore, Garibbo lo reputo completo e scaltro, e D’Amato oltreché veloce mi pare che abbia diversi margini di miglioramento. E poi c’è Fancellu, il più famoso dei quattro, un talento che dobbiamo provare a rilanciare. Ha i mezzi per far parte stabilmente del professionismo e per togliersi qualche soddisfazione, ma il corpo è nulla senza la testa. Gli ho già detto che deve voltare pagina e lasciarsi il passato alle spalle: basta pensare a quel bronzo mondiale tra gli juniores, quando nel 2018 arrivò dietro ad Evenepoel e a Mayrhofer. Non avrà pressioni, nessuno gli chiederà la luna e nessuno lo farà sentire un predestinato».

Grazie alle dieci vittorie stagionali conquistate, Matteo Malucelli ha meritato una chance nel World Tour con la XDS Astana (credit: JCL Team Ukyo).

Quattro italiani, dopo che nel 2024 ne avete valorizzati e rilanciati già tre: Pesenti, Carboni e Malucelli.

«Pesenti era quello che conoscevo meno, ma dopo alcune segnalazioni lo abbiamo analizzato attentamente e non abbiamo avuto dubbi: era un corridore. Meno costante degli altri due, ma anche meno esperto. Non a caso lo ha ingaggiato il vivaio della Soudal-Quick Step e Bramati mi ha detto che correrà anche con la prima squadra. Carboni era reduce da stagioni difficili, influenzate da tanti incidenti: aveva solo bisogno di serenità. E Malucelli non aveva bisogno di presentazioni, per la categoria era un lusso, tra i professionisti aveva già vinto sei gare prima di venire da noi. Meritava una chance nel World Tour e sono contento che la Xds Astana gliel’abbia data. La differenza l’ha fatta la loro voglia di riscattarsi e di mettersi in evidenza».

Perché, a differenza di tante altre realtà internazionali, puntate così tanto sugli elite e su quei corridori che per svariati motivi non hanno reso come ci si aspettava?

«Non voglio essere ipocrita: non disponendo di un budget illimitato e dovendoci confrontare con i vivai che attraggono i migliori talenti internazionali, bisogna fare di necessità virtù. Tuttavia, dopo tredici stagioni da corridore e ventisette in ammiraglia, ho capito che ogni corridore ha la propria storia e che per giudicarlo con precisione ci vuole tempo. Il ciclismo di buon livello è spietato, so come funziona, però si deve credere nel valore di quegli atleti che per emergere necessitano di un paio di stagioni in più».

Tra i volti italiani che hanno caratterizzato la stagione della squadra giapponese c’erano Manuele Boaro (a destra), confermato come direttore sportivo dopo un brillante esordio, e Thomas Pesenti, passato nel vivaio della Soudal Quick-Step (credit: JCL Team Ukyo).

Che futuro immagini per la categoria degli Under 23?

«È una domanda lecita, ma talmente vasta che mi viene soltanto da allargare le braccia. È davvero difficile dare una risposta esaustiva. Fa riflettere che il dubbio sia diventato così frequente: fino a qualche stagione fa non ci si chiedeva così spesso se la categoria degli Under 23 avesse davvero un senso e un futuro. Per il resto, il mio parere è che l’Unione Ciclistica Internazionale si renda conto che il dilettantismo internazionale, se così vogliamo definirlo, non può essere unicamente rappresentato da quei venti o trenta vivai delle formazioni professionistiche».

Da direttore sportivo a team manager: com’è cambiata la tua vita?

«A sessant’anni, dopo una vita e una carriera come le mie, non ci s’inventa manager a tutti gli effetti dall’oggi al domani. Il mio ruolo, oltreché di gestione, è rimasto anche molto operativo e concreto. La sveglia suona alle 6 e 30 ma in Giappone la giornata è già passata per metà, dunque non ho molto tempo a disposizione per mettermi in contatto con l’altra parte del mondo. È un lavoro di raccordo tra le tante anime: quella europea e quella giapponese, quella dei corridori e quella dello staff, quella più organizzativa e quella più concernente la Federazione. È un ruolo impegnativo e gratificante allo stesso tempo, e per questo devo ringraziare Ukyo Katayama, che mi ha scelto e affidato le chiavi della squadra».

Uno degli ingaggi più interessanti è quello di Simone Raccani, 23 anni, che nel 2024 ha ribaltato il Giro del Veneto conquistando il successo nell’ultima tappa (qui nella foto Photors).

A quando il primo salto di categoria tra le Professional?

«Entro giugno decideremo, altrimenti mancherebbero le tempistiche per ampliare il progetto come la nuova categoria imporrebbe. A quel punto dovremmo ingaggiare corridori di caratura internazionale, rafforzare lo staff, rivedere il calendario, poter contare su un magazzino più grande. Insomma, non s’improvvisano i programmi di una squadra ambiziosa e internazionale che si divide tra l’Italia e il Giappone».

La vostra prima stagione vi ha soddisfatti?

«Sì, il mio bilancio non può che essere positivo. I corridori italiani si sono rilanciati e hanno ottenuto degli ottimi risultati, i giapponesi invece hanno capito cosa significa praticare il ciclismo ad alti livelli. Senz’altro merita una menzione Manuele Boaro, che si sta rivelando un direttore sportivo brillante e attento alle esigenze dei corridori, disposto al sacrificio esattamente come finché ha corso. Nel 2025 potremo toglierci altre soddisfazioni: mi piace citare Kobayashi, campione giapponese di una certa esperienza, e Zeray, eritreo che proprio in questi giorni si trasferirà in Italia e che in salita ha già raccolto ottimi risultati tra gli Under 23. Nel ciclismo serve la memoria corta: meno ci si ricorda delle vittorie, e più si ha voglia di riconfermarsi».