
Al termine della Veneto Classic Andrea Montoli ha fischiato tre volte, come accade nel calcio. La sua partita contro il ciclismo è finita. È stata lunga, intensa, a volte dura, ma sicuramente bellissima. Chi ha perso? Nessuno dei due. Montoli ha dato al ciclismo la sua energia e simpatia, il ciclismo ha dato a Montoli disciplina e determinazione.
«Molti mi hanno scritto dispiaciuti e lo sono anche io. Faccio ciclismo da 15 anni e inevitabilmente si era creata una routine nella mia vita: svegliarsi e sapere di doversi allenare, mangiare pasta e pollo pre-gara, lavare la bici il giorno prima. Tante piccole cose a cui dovrò rinunciare perché il ciclismo è cambiato».
Non hai trovato spazio?
«La verità è che io ho sempre detto che sarei dovuto passare professionista entro il quarto anno da Under 23, mentre diventare elite non è mai rientrato nei miei piani. Detto questo, la Biesse-Carrera mi avrebbe tenuto ma le possibilità di fare il passo decisivo diminuiscono ogni anno. In più avrei dovuto rinunciare a tutte le corse più belle perché sono riservate agli Under 23 e sono anche quelle a cui vanno gli osservatori. Sono stato io a dire alla squadra di non preoccuparsi di me, anche perché mi piacerebbe davvero scoprire a quali parti di vita ho rinunciato per il ciclismo. Non dico che lascio perché voglio uscire tutte le sere fino a tardi, ma anche solo dedicare più tempo alla famiglia non sarebbe male».

Quando hai iniziato a pensarci?
«La prima pensata l’ho avuta a inizio luglio, quando le squadre cominciano a formarsi. Dopo il Giro di Slovacchia ci aspettavano 15 o 20 ore di viaggio tutti in macchina insieme. Così ho pensato “quale miglior modo di passare il tempo se non chiedere del mio futuro?”. Ho domandato a Nicoletti se qualcuno si fosse interessato a me, mi ha detto di no e che però mi avrebbero tenuto se io fossi stato motivato. Ma non lo ero. Pensavo alle gare a cui avrei dovuto rinunciare: Liberazione, Piva, Giro Next Gen. Alla fine, dei ragazzi con cui ho corso in gruppo quanti sono passati? E ce ne sono diversi più meritevoli di me (Meris, Kajamini, Crescioli e Skerl sono i corridori che ad oggi hanno svelato di essere passati da una continental italiana a una Professional o WorldTour; a questi si aggiungono Raccagni Noviero e Romele che sono stati promossi dai vivai rispettivamente di Soudal-QuickStep e Astana alla formazione maggiore, ndr)».
In ogni caso, pare che oggigiorno per un elite sia anche difficile trovare una squadra che lo accolga.
«Le continental fanno fatica ad accettare un quarto anno, figurarsi un elite. E intanto l’UCI pensa a fare la categoria Under 21. Quando dico che a questa decisione ci penso da luglio, è per sottolineare quanto la mia sia un’idea pensata. Non avrò mai vinto molto, ma non si può dire che io non sia un corridore costante: eppure nessuno si è interessato ad Andrea Montoli che sa leggere le corse, arrivare secondo al Liberazione e salvare molte Top ten. Quindi, piuttosto che fare un’altra stagione demotivato, preferisco buttarmi su qualcosa di diverso».

Incomincia per te una nuova vita.
«Sono molto emozionato, dico la verità. Ho già parlato con la squadra: mi sono proposto di gestire le loro pagine social e hanno accettato. Va di pari passo con quello che studio: quando ero al primo anno da Under 23 mi sono iscritto a Scienze della Comunicazione all’università Insubria di Varese, ma non sono riuscito a fare molti esami. Riprenderò e mi concentrerò sulla laurea, non vedo l’ora di cominciare».
Qual è il più bel ricordo che conserverai di questi anni?
«Parlando di vittorie direi il campionato italiano juniores, anche se era il 2020 e in quella stagione si corse per soli tre mesi. Ma porterò per sempre con me tutte le relazioni che ho costruito grazie al ciclismo. Specialmente lo devo ringraziare perché ho potuto conoscere la mia ragazza. Suo papà organizza una corsa in Friuli per junior: la sera prima ad una cena c’era anche Beatrice, con cui adesso sono fidanzato da quattro anni».

C’è qualcosa per cui ti rammarichi?
«Non aver vinto quest’anno. Ho sfiorato il successo al Liberazione, quando ha vinto il mio compagno Donati».
Non sembra che tu sia arrivato al punto di non voler più vedere la bici.
«Assolutamente no. Ci andrò sicuramente, anche perché mi serve per mantenermi in forma. In più la BCP Bike, una squadra amatoriale di Parabiago, mi ha già contattato. Per pedalare insieme molto volentieri, ma almeno per un po’ che non mi chiedano di fare gare. Ora voglio vivermi la bici con serenità, senza seguire tabelle, voglio uscire in gruppo con gli amici solo quando mi va».











