Nei prossimi giorni si saprà se il Cycling Team Friuli diventerà ufficialmente la formazione development della Bahrain-Victorious oppure se le due realtà andranno avanti con la formula attuale, sostanzialmente quella di una stretta collaborazione.
«Siamo in attesa di capire quale direzione imboccheremo – spiega Renzo Boscolo, storico direttore sportivo dei friulani – La struttura è solida e la macchina può venir messa in moto in qualsiasi istante, quindi non abbiamo niente da temere. Stiamo soltanto attendendo che la dirigenza della prima squadra prenda una decisione. Se saremo ancora una realtà italiana o meno, dipenderà dalla volontà di chi ha in mano le redini del team».
Renzo, cosa significherebbe diventare il vivaio ufficiale di una buona squadra del World Tour?
«Per quel che ci riguarda, la filosofia rimarrebbe la stessa: puntare sui giovani, che siano juniores o Under 23 al primo anno. Per farli crescere come vogliamo, affinché apprendano i nostri metodi di lavoro, abbiamo bisogno di ingaggiarli alla prima occasione utile. Il prossimo anno vestiranno la nostra maglia due corridori del 2006 di assoluto valore, il finlandese Borremans e lo sloveno Omrzel. E altri ne annunceremo nelle prossime settimane».
Dei vostri, invece, passeranno professionisti con la Bahrain Van der Meulen, Erzen e Skerl. Credi che Daniel sia pronto per la massima categoria?
«Io credo di sì. È un velocista potente e intelligente, il cui unico limite ora come ora è la continuità. Quest’anno ha steccato l’appuntamento col Giro Next Gen, un peccato, ma se ci penso non mi vengono in mente altri suoi passaggi a vuoto. È il primo triestino a passare professionista dai tempi di Cottur e De Santi, parliamo di una settantina d’anni fa. Ha una bella responsabilità, ne abbiamo parlato: spero che trovi gli stimoli giusti per continuare a migliorare».
Per Olivo, invece, è stata una stagione altalenante, complici anche i problemi al cuore. Rimarrà con voi?
«Sì, perché crediamo nel suo talento e nelle sue possibilità. Non nascondo che talvolta si è buttato giù, comprensibilmente: è rimasto fermo per parecchio tempo e la prossima sarà la sua quarta stagione tra gli Under 23. Si rende conto che il tempo scorre impietoso. Il rientro era stato rincuorante, col secondo posto al Giro del Casentino rafforzato da una serie di valori notevoli. Tuttavia, avendo probabilmente forzato i tempi per rientrare con brillantezza, si è dovuto ritirare dal Giro del Friuli e dal Tour d’Eure-et-Loir per alcuni fastidi ad un ginocchio. La pioggia ed il freddo non lo hanno certamente aiutato. Ma noi continuiamo a credere in lui».
Renzo, è arrivata l’ufficialità dell’Uci: dal 2025, gli Under 23 delle World Tour e delle Professional non potranno più partecipare al mondiale di categoria. Lo trovi giusto?
«Mica tanto. Io credo che i migliori debbano confrontarsi con i migliori, che nel ciclismo di oggi non abbia molto senso imporre vincoli ed erigere steccati. Stiamo parlando del campionato del mondo, non di una gara regionale. Sarò sincero, mi pare una questione di secondo piano: non è così che la categoria ritroverà un senso e un’identità, non è questa la soluzione che risolverà i problemi».
Allo stesso tempo, sembra che l’Uci voglia ridurre a due anni lo spettro dilettantistico: non più Under 23, ma Under 21. Saresti d’accordo?
«Guarda, io già da tempo sostengo che i migliori juniores dovrebbero cimentarsi tra gli Under 23, almeno nell’ultima parte della loro seconda e ultima stagione nella categoria. Uno come Finn, ad esempio, sarebbe sacrosanto se già si misurasse tra gli Under 23, mondo di cui entrerà comunque a far parte tra qualche mese appena. Così come non ci sarebbe nulla di strano, per me, se gli allievi più promettenti si confrontassero qualche volta con gli juniores. Ma in Italia è come dire un’eresia, guai: bisogna che tutto rimanga com’è sempre stato».
Tante piccole realtà temono di scomparire. E forse, consapevoli dei loro limiti, più che a preparare i corridori al professionismo pensano alla sopravvivenza.
«L’ho già detto altre volte: perché non proviamo ad osservare e ad imparare da chi lavora bene? Il modello sloveno potrà anche non essere replicabile, ma non scartiamolo con sdegno. Ad ogni squadra, ad esempio, viene assegnato un giovane laureato in Scienze Motorie pagato dal Ministero. In ogni paese, letteralmente, ci sono campi, parchi e infrastrutture sportive. Nonostante i pochissimi chilometri di coste, in Slovenia sanno nuotare praticamente tutti: questo perché la stragrande maggioranza delle scuole è dotata di una piscina. C’è un sistema che funziona, a differenza di quello che accade nel nostro paese. La Federazione potrebbe e dovrebbe fare molto di più».
Entra nello specifico.
«Vivo l’ambiente ciclistico giovanile da decenni, quindi so di cosa parlo. Io non ho mai la sensazione che la Federazione si stia impegnando per dare vita ad un movimento virtuoso, per mettere in moto un processo i cui frutti si raccoglieranno tra cinque o dieci anni. Non sento proposte al passo coi tempi, non percepisco la voglia di colmare quel distacco che ci separa dagli altri paesi. Gli organizzatori sono l’anello più debole e non mi pare che vengano supportati. Le squadre sono in prima fila ogni giorno e poi ci tocca anche ascoltare alcuni tecnici federali che s’intestano il merito d’esser stati loro ad aver preparato i corridori. Per non parlare di quello che succede nelle categorie inferiori».
A cosa ti riferisci?
«Ho assistito a qualche gara di allievi e non credevo ai miei occhi. Ci sono direttori sportivi che mettono i loro ragazzi a tirare la volata al capitano di turno. Corridori che invece di divertirsi e di esplorare i propri limiti sono costretti a rialzarsi e ad aspettare il leader che in salita si è staccato. Questi sono i veri problemi del ciclismo italiano, non Finn che ha accettato l’offerta di una realtà straniera. E ancora: com’è possibile che il ciclismo italiano, le cui aziende sono leader mondiali, non riesca ad attrarre gli sponsor per promuovere la nascita di una o più squadre di primo piano? Io credo che la Federazione debba dare delle spiegazioni, o quantomeno farsi venire il dubbio».
















