È davvero necessario mostrare le immagini di corridori agonizzanti?

Giro d'Italia
Alcuni corridori a terra dopo una caduta al Giro d'Italia 2023 (tra questi, Roglic, Geoghegan Hart e Thomas)
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In meno di due settimane, alcuni dei migliori ciclisti al mondo sono finiti k.o. in cadute drammatiche. Wout van Aert il 27 marzo alla Dwars door Vlaanderen, Jonas Vingegaard, Remco Evenepoel e Primoz Roglic (per il quale, tra l’altro, è stata la seconda caduta in due giorni) ieri al Giro dei Paesi Baschi. Van Aert e Vingegaard portati via in barella con clavicola e costole rotte, stessa sorte per Evenepoel, abrasioni dolorose per Roglic. Diagnosi ancor più grave per altri corridori (meno noti rispetto ai già citati ma non per questo meno importanti), come Jay Vine e Stef Cras, che hanno riportato anche fratture vertebrali e pneumotorace. A questo punto, sorgono spontanee due domande: non sarebbe il caso di implementare le condizioni di sicurezza dei corridori, sempre più esposti a incidenti potenzialmente fatali, in un ciclismo che va a mille? La seconda domanda riguarda invece il sistema mediatico, di cui noi giornalisti e spettatori siamo parte integrante.

Non è questa la sede per discutere di questioni legate alla sicurezza: si spera che l’ennesimo incidente — siamo a quota 118 nel 2024, e la stagione è appena iniziata — porti chi di dovere a prendere decisioni e precauzioni più serie e ponderate. Anche se, come ricorda Rudy Molard (Groupama-FDJ), i corridori sono i primi responsabili e dovrebbe esserci più collaborazione e più intesa all’interno del gruppo circa i pericoli a cui si va incontro.

Al contrario, sulla questione mediatica possiamo e dobbiamo riflettere noi per primi. È davvero necessario trasmettere in diretta le immagini di corridori stesi a terra, agonizzanti? È informazione, o è piuttosto un modo macabro di sfamare la nostra «curiosità impregnata di pioggia televisiva», per dirla con Samuele Bersani? Nella Formula 1 e nella boxe, per esempio, non vengono mostrate immagini finché non si è certi che l’atleta ferito sia in condizioni stabili. «Non dobbiamo diventare voyeur della fragilità di una vita umana» reclama sui social Peta Todd, moglie del velocista Mark Cavendish. «Parlo da moglie che guarda quelle immagini con i figli in braccio: non è angosciante solo in diretta, sono immagini che poi restano nella mente e possono pesare in futuro».

Dello stesso parere anche Carlotta Ganna, sorella di Filippo: «Sono pur sempre delle persone. A casa ci sono le loro famiglie e a vedere certe immagini vi assicuro che si sta male, tanto male. Un po’ di rispetto non guasterebbe». Chi scrive ha un debole sportivo per van Aert: vederlo in lacrime e ascoltare i suoi lamenti agonizzanti è stato straziante, difficile immaginare che cosa deve aver provato la sua famiglia di fronte a immagini che non potrà più cancellare dalla memoria. Chiediamoci come e perché siamo arrivati al punto di considerare più importanti i numeri dell’audience rispetto alla dignità umana, prendiamone atto e agiamo di conseguenza.