Hoeks, un olandese alla Maltinti: «Studio a Bologna e ho imparato a correre nel vento»

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Daan Hoeks, 23 anni, sarà uno dei capitani della Maltinti, formazione in cui militava già nella passata stagione (foto: Maltinti)
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Nella primavera del 2019, Daan Hoeks partecipò per la prima volta alle classiche venete d’aprile: San Vendemiano, Belvedere, Recioto. Fu allora che conobbe Flavio Zappi e che iniziò a pensare ad un futuro in Italia.

«Nel 2022 entrai a far parte della MG.K Vis, ma fu una stagione da dimenticare. Un amico, che tra gli juniores aveva corso nello Stabbia e che conosceva bene l’ambiente della Maltinti, mi descrisse l’ambiente e le persone che avrei trovato. Mi convinsi e dallo scorso anno corro, appunto, nella Maltinti. Nella quotidianità vivo a Bologna, dove studio Business and Economics: in inglese, ovviamente, perché quando cominciai l’italiano non lo conoscevo ancora molto. Dovrei laurearmi in estate. A casa, in Olanda, ci torno volentieri ma non così spesso: una settimana o due d’estate, durante le feste natalizie. Mi mancano la famiglia e gli amici, non il meteo».

Ma in Olanda, ad Amsterdam, ci sei nato. Il 5 aprile del 2000. Non dev’essere difficile cominciare a pedalare, laggiù.

«No, hai ragione, ma spesso piove o tira vento: non proprio le condizioni ideali per uscire all’aria aperta. Mio babbo era un appassionato e così mi sono avvicinato al ciclismo anche io. All’inizio pedalavo e giocavo a calcio, poi scelsi il calcio. Al ciclismo sono ritornato definitivamente soltanto pochi anni fa, quand’ero già uno juniores. Da lì in poi, la voglia di eccellere in questo sport è cresciuta sempre di più».

Il 2021, correvi nell’Amsterdam Racing Academy, è stato l’anno migliore della tua carriera.

«Tutto ha funzionato alla perfezione, non come nelle due stagioni precedenti quando mi ruppi lo scafoide e beccai in pieno la pandemia. Anzi, menomale che venimmo a correre in Italia, perché in Olanda era tutto bloccato. Comunque nel 2021 vinsi una tappa al Tour des Deux-Sèvres, in Francia, e una alla Carpathian Race, che chiusi al secondo posto. In Italia arrivai quarto al Matteotti e undicesimo alla Ruota d’Oro. Risultati di spessore raccolti in ambito internazionale: ma si sa, quando si è sereni e si può pensare soltanto a correre è più facile rendere al meglio».

Cosa ti ha spinto ad accettare l’offerta della Maltinti?

«La libertà che ci lasciano. Mi spiego meglio. Ovviamente siamo seguiti e non ci manca niente, Scarselli da questo punto di vista è gentile e premuroso. Ma non abbiamo qualcuno dietro dalla mattina alla sera: dobbiamo essere indipendenti e professionali senza che nessuno ce lo ricordi tutte le ore. Sarà che io ci sono abituato, vivendo a Bologna con altri studenti, ma mi trovo molto bene. Mi sento responsabile di me stesso, se c’è qualcosa che non va so già a chi dare la colpa».

Debutterai alla Firenze-Empoli?

«Sì. È una gara che conosco bene e a cui, ovviamente, la squadra tiene: è la prima dell’anno, la organizziamo noi della Maltinti e ci alleniamo sulle stesse strade. Iniziare con un bel risultato sarebbe molto importante. Io credo che l’organico sia buono. Ci sono io, c’è Di Felice, c’è il nuovo arrivato Niccoli. Sono sicuro che ci toglieremo delle soddisfazioni».

Qual è il tuo obiettivo principale?

«Passare professionista, certo, altrimenti non si giustificherebbero tutti i sacrifici che sto facendo. Parlando di gare, mi piacerebbe vincere la Coppa Caduti di Reda: non siamo distanti da Bologna e il percorso mi piace. Non mi dispiacerebbe nemmeno tornare a quelle gare in cui ho commesso qualche errore lo scorso anno: penso al Tortoli, in cui ho chiuso diciannovesimo e nel gruppetto degli inseguitori per una posizione sbagliata nel momento decisivo».

Quali sono le tue caratteristiche?

«In Olanda ero considerato quasi uno scalatore, in Italia invece ho capito d’essere un corridore abbastanza veloce ed esplosivo sugli strappi. Mi piacciono le classiche: Strade Bianche, Giro delle Fiandre, Amstel Gold Race. E non sono un grimpeur: sulle salite lunghe dieci chilometri faccio parte del gruppetto. Come dico sempre, una squadra italiana che corre in Olanda rischia di perdersi nel vento, mentre una squadra olandese in Italia si staccherebbe in blocco sulla prima o sulla seconda salita. Ogni paese ha le proprie peculiarità e di conseguenza i corridori si allenano in maniera diversa».

A chi ti ispiri?

«Boonen prima e Alaphilippe poi sono stati i miei modelli. Sfrontati, potenti, a volte fin troppo spendaccioni. Interessati a vincere, ma a modo loro: dando spettacolo e incantando il pubblico. A me piace pensare d’essere un corridore simile a loro: di vento, in Olanda, ne ho preso tanto, e di ventagli ne ho aperti e ricuciti più di uno. Non attacco tanto per farmi vedere, ma di sicuro non ho paura di rischiare».