Il Tour a casa di Olano, che diventò il primo campione del mondo spagnolo al posto del suo capitano Indurain

Olano
Il podio dei mondiali di Duitama 1995: Olano in maglia iridata con Indurain e Pantani
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Era il 1995, i mondiali erano a Duitama, in Colombia. Durante l’ultimo giro, sotto la pioggia, se ne andò un corridore con la maglia della Spagna. Indurain, pensarono tutti. In effetti sembrava Miguelon, e a tutti era sembrato ovvio che il grande favorito del mondiale partisse incontro alla vittoria. Invece non era Indurain. Era uno dei suoi gregari, e sul traguardo lo battè per 35 secondi. Terzo Marco Pantani, ma questo adesso non c’entra. La Spagna non aveva mai avuto un campione del mondo nel ciclismo, e il primo fu Abraham Olano, basco di Anoeta. Aveva venticinque anni. Non era uno sconosciuto, aveva vinto le Asturie l’anno prima, ed era diventato campione spagnolo sia a crono sia in linea. In quel ’95 era andato forte, aveva vinto tre tappe alla Vuelta e lo avevano convocato per i mondiali. Ma il capitano era Indurain.

Permettetemi di raccontare questa storia in prima persona, anche perché fu la prima trasferta di ciclismo della mia vita. Lavoravo al Corriere dello Sport-Stadio, e Mario Sconcerti era diventato direttore da qualche mese. La sera mi chiamò nel suo ufficio. «Si è consumato un grande tradimento. Il gregario che batte il suo capitano. Vai a casa di Olano e poi anche a casa di Indurain. Voglio sapere cos’è successo. L’Italia vuole sapere. Il mondo vuole sapere, e tu glielo racconterai». Ci sono direttori che sanno trovare le parole giuste per motivarti.

Quando arrivai a Fiumicino, la mattina dopo all’alba, scoprii che in Spagna c’era uno sciopero dei voli. Mi garantirono che sarei arrivata regolarmente a Madrid, poi più nulla. Mi imbarcai lo stesso. Sapevo soltanto di dover arrivare ad Anoeta, nei Paesi Baschi. Olano correva per la Mapei, ma io non avevo chiamato nessuno per paura che mi dicessero di stare a casa. Vi risparmio il Giro della Spagna per arrivare a Bilbao, sappiate soltanto che anche la nazionale spagnola rimase bloccata dallo sciopero, per cui la Opel Corsa blu che avevo noleggiato entrò trionfalmente ad Anoeta molto in anticipo rispetto al nuovo campione del mondo. Battezzai il bar sport in piazza e andai a chiedere. Mi spiegarono dove avrei trovato la casa degli Olano, arrampicata tra la montagna e la ferrovia.

Erano le due del pomeriggio, suonai il campanello, e venne ad aprirmi una donna. Non riusciva a credere che fossi venuta dall’Italia, ma si riprese in fretta dalla sorpresa. Si sforzò di parlare spagnolo.
«Ti piace la tortilla con le patate?».
Senza quasi aspettare risposta, aggiunse un piatto a una tavolata extralarge, e cominciò a raccontare.

Si chiamava Marisol Manzano, ed era nata lì. Aveva sposato un forestiero. «Mio marito non è di qui, è di Tolosa». Ero passata da Tolosa, era due chilometri prima. Ero perplessa dal senso di Marisol per la distanza, ma il profumo che veniva dalla padella della tortilla mi rassicurava parecchio. E poi Marisol parlava, e avrei avuto una storia per il giornale. Il forestiero si chiamava Guillermo, ciclista dilettante, elettricista per campare, e Marisol gli aveva dato sei figli. «Si assomigliano tutti fra di loro. Ma non sembrano per niente figli miei, e neanche di Guillermo». Le dissi che suo figlio Abraham somigliava a Indurain, e Marisol fece un sorriso bellissimo. «Sicuro, l’ho sempre detto io». Poi mi raccontò che al telegiornale avevano detto che Indurain aveva frenato per lasciare che suo figlio diventasse campione del mondo, e lo avevano chiamato caballero.

Nel giro di cinque minuti arrivarono tutti gli Olano per mettersi a tavola. L’unica ragazza, Bakarne, era la copia carbone del campione del mondo. «Anche a scuola ha preso da lui, una vergogna». Gli Olano abitavano ancora tutti insieme. Guillermo non somigliava per niente a suo figlio campione del mondo, e neanche a Indurain. «Correvo tra i dilettanti. Ero un disastro. Vincevo i premi di consolazione perché arrivavo ultimo». A tavola c’era allegria, si parlava una lingua misteriosa, soltanto con me gli Olano si sforzavano di tradurre dall’euskera – la lingua basca – in castigliano.

Chiesi perché avessero chiamato il figlio Abraham. «Nessun motivo: conoscevo uno che si chiamava così e mi piaceva». Guillermo spiegò che il campione del mondo aveva scoperto il ciclismo a nove anni quando Ion, il più grande dei fratelli, gli aveva passato la bici. «Non potevamo permettercene una per uno. Era una Emporium azzurro chiaro». Ion annuì. «Correva dietro l’autobus in bicicletta fino a scuola. E i suoi amici dall’autobus facevano il tifo». I fratelli – Ion, Guillermo junior, Andoni e Igor, che avevano corso tutti in bicicletta, e Bakarne – facevano a gara a ricordare, un episodio dopo l’altro, mentre la tortilla diventava sempre più sottile. Erano ancora tutti insieme, soltanto Abraham era andato via, da quando si era sposato con Karmele. «Abitano lontano loro, ad Altzo, sulla carretera vecchia per Pamplona».
«Lontano?».
«Eh sì, lontano, saranno almeno 12 chilometri».

Ne avevo fatti 1.600, non sarebbero stati gli ultimi 12 a fermarmi. Aspettai che il campione arrivasse dalla Colombia facendo lo slalom tra i voli cancellato per lo sciopero, e poi guidai fino ad Altzo. La casa del campione la vidi subito: c’era una tuta della Mapei stesa sul filo ad asciugare insieme a un reggiseno. Ma comunque anche in assenza di indizi non avrei avuto grandi difficoltà: ad Altzo c’erano quattro case, e non era un modo di dire. Due di qua dalla strada, e due di là.

Karmele mi fece entrare, Marisol l’aveva avvisata della mia intrusione. Sul tavolo di cristallo c’era la maglia arcobaleno e un giornale col titolo gigante: El sucesor. La foto era quella del padrone di casa, la somiglianza con Miguelon era impressionante. Ma Abraham fermò i miei pensieri. «Ma quale Indurain. Lui ha vinto cinque Tour, non è mica normale. Uno così nasce una volta ogni venti, trent’anni. Io non somiglio a Indurain, nessuno gli somiglia». Sui giornali parlavano di quello che chiamavano «il gesto»: Indurain aveva lasciato andare via Olano perché avevano la stessa maglia, quella della Spagna.

Abraham sorrideva. «Miguel ha fatto il gioco di squadra, come avrebbe fatto chiunque». Lui però non era chiunque: era Indurain. «Mi ha fatto da gregario, perché es un hombre, è un uomo». Ero andata fino al cuore dei Paesi Baschi per capire cosa c’era dietro il tradimento, e avevo scoperto buoni sentimenti e gesti cavallereschi. Il ciclismo cominciava a piacermi.

Oggi Abraham Olano ha 53 anni, gli ultimi otto li ha passati a lavorare per la federazione del Gabon come direttore tecnico. Non è mai diventato Indurain, però tre anni dopo ha vinto anche il mondiale a cronometro ed è tuttora l’unico corridore ad aver vinto la maglia arcobaleno in tutte e due le specialità. Al Tour al massimo è arrivato quarto (nel ’97), però è stato secondo al Giro d’Italia del 2001, vinto da Simoni, e ha vinto la Vuelta nel ’98. È finito nella lunga lista dei corridori nel cui sangue sono state trovate tracce di Epo sei anni dopo il Tour del ’98, quello di Pantani.

Ha espiato lavorando tutta la vita con i giovani. Ora Abraham aspetta che il Tour – Turra si dice in Euskera, la lingua basca – gli passi sotto casa. «Sarà una gioia avere la corsa più grande e bella del mondo qui. Spero che vedere il grande ciclismo così da vicino incoraggi i ragazzi a provare con questo sport. Forse è troppo di sacrificio per i giovani di questa epoca, qualcuno lo dice e può anche darsi. Ai miei tempi le categorie giovanili e cadetti dovevano essere suddivise in base all’anno di nascita, perché c’erano anche troppi ciclisti. Dalla quantità è venuta fuori anche la qualità, ora ovviamente questo si è perso».