Raccagni Noviero: «Le forature, i ventagli, i podi: ecco i miei primi mesi in Belgio»

Raccagni Noviero
Andrea Raccagni Noviero della Soudal-QuickStep Development (foto: Soudal-QuickStep Devo)
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Il piglio da calcolatore che lo aveva contraddistinto nelle categorie inferiori, Andrea Raccagni Noviero ha dovuto abbandonarlo praticamente non appena è entrato a far parte dell’organico della formazione di sviluppo della Soudal Quick-Step.

«In Belgio, se fai il furbo, ti staccano. Questo non significa dover sprecare energie inseguendo tutti. Bisogna saper limare e bisogna capire come ripararsi dal vento, che è onnipresente. Ma non puoi pensare di nasconderti tutto il giorno, di non dare mai il cambio, che la corsa si risolva all’ultimo chilometro. E’ necessario tenere gli occhi aperti dal chilometro zero perché la corsa può accendersi da un momento all’altro. In una delle prime gare stagionali, tra ventagli e strade strette, dopo dieci chilometri nel gruppo di testa eravamo già rimasti in venti appena».

Andrea, per essere al debutto tra gli Under 23 ti stai comportando bene: sei corse tra Olanda, Belgio e Francia, un ritiro e due terzi posti.

«Sono abbastanza soddisfatto, non lo nascondo. Certo che correre lassù è assurdo: per il meteo, per i percorsi, per gli imprevisti. Tanto per dirne una: ho forato in ogni gara a cui ho preso parte e alla Youngster ho abbandonato proprio per questo, perché non c’era l’ammiraglia che poteva assistermi. La prima corsa non me la dimenticherò mai. Ho forato dopo venti chilometri, ho inseguito tutto il giorno, c’erano i muri in pavé. Nell’ultimissima parte di gara facevo fatica a pedalare, letteralmente».

Però i due podi testimoniano che stai imparando in fretta.

«La Dorpenomloop Rucphen era una prova di buon livello. Ho attaccato a circa 25 chilometri dall’arrivo e ci siamo avvantaggiati in tre, poi in volata mi sono dovuto accontentare del terzo posto perché gli altri due erano più veloci. Alla Zuid-Kempense Pijl, invece, era scappato un mio compagno, Vervenne, che poi ha vinto in solitaria. Io mi sono buttato nella volata per la seconda piazza e mi ha battuto soltanto Pollefliet della Lotto-Dstny. Se riesco a muovermi abbastanza bene devo ringraziare la Work Service, in cui ho militato tra gli juniores».

Perché?

«Perché, al di là dei successi e delle soddisfazioni, mi hanno insegnato un mestiere. Altre squadre hanno raccolto più di noi, non lo metto in dubbio, ma nessuno o quasi correva con la nostra filosofia. Tante formazioni battezzano un capitano, solitamente abbastanza veloce, e fanno lavorare gli altri per lui. Noi, invece, ci alternavamo. I leader cambiavano in base all’andamento stesso della gara, cosicché ognuno potesse mettersi in mostra. Altrimenti non si cresce e non s’impara mai, si è gregari a diciott’anni».

Perché hai deciso di andare a correre all’estero?

«I motivi sono tre. Il primo: avendo fatto la primina a scuola, quest’anno non devo concentrarmi sulla quinta superiore e sull’esame di maturità. Il secondo: avendo fatto lo scientifico avevo già messo in conto l’eventualità di continuare a studiare magari anche all’estero, quindi frequento volentieri con una certa costanza l’Europa del Nord. Il terzo: con tutto il rispetto per chi ne fa parte e per la tradizione che può vantare, il dilettantismo italiano mi sembra una prosecuzione degli juniores e sinceramente non era quello che cercavo io».

Che ambiente hai trovato?

«L’opposto di quello a cui siamo abituati in Italia. La squadra ci lascia abbastanza liberi, tant’è che non abbiamo nemmeno un nutrizionista. Sono i corridori, specialmente quelli al terzo e al quarto anno, che si mettono addosso parecchie pressioni perché la concorrenza è alta e il tempo per passare professionisti stringe. Ho dei compagni di squadra che per farsi trovare sempre pronti e freschi vanno a letto alle otto tutte le sere».

Quali difficoltà stai incontrando?

«Fortunatamente, a meno che non debba correre due o tre volte nell’arco di pochi giorni, in Belgio non passo mai molto tempo. Arrivo all’aeroporto alla vigilia e molto spesso riparto qualche ora dopo la fine della gara. Dico fortunatamente perché almeno evito di allenarmi lassù. Fa freddo, piove, tira vento: io sono di Chiavari, in provincia di Genova, e sono abituato ad un altro meteo. Per il resto, direi che mi trovo bene. Coi miei compagni vado d’accordo e non ci fanno mancare niente. Ci sono delle giornate in cui mi annoio molto, perché avendo il quartier generale in campagna intorno a noi non c’è niente, ma mi dico che è il prezzo da pagare per fare certe esperienze».

Fisicamente e mentalmente come stai rispondendo al salto di categoria?

«Meglio del previsto, avevo qualche dubbio anche io. L’aspetto che mi spaventava di più era quello degli allenamenti, non sapevo come avrei reagito. Invece procedono molto bene. A dicembre e gennaio mi allenavo tra le venticinque e le ventotto ore a settimana, mentre quando ci sono le gare mi mantengo tra le quindici e le diciannove. Venerdì, ad esempio, ho ripreso a pedalare dopo cinque giorni senza bici: al termine del primo blocco di appuntamenti la squadra aveva deciso di farmi riposare».

In cosa sono cambiati i tuoi allenamenti rispetto all’anno scorso?

«Sono aumentate le ore ed è normale, visto che sono cresciuti i chilometraggi. Però devo dire che non arrivo mai al limite e che i carichi di lavoro sono sempre gestibili. E’ in gara che dobbiamo dare tutto quello che abbiamo, non in allenamento».

Per quali gare ti reputi più adatto?

«Io direi per le classiche del Nord, anche se non ho ancora ben capito che corridore posso diventare. Sono alto 1,83 e peso 73 chili, quindi non credo di poter essere uno scalatore puro, però i percorsi vallonati e con salite impegnative e non troppo lunghe non mi dispiacciono per niente. La squadra ha impostato per me una preparazione da corridore del Nord e qualche risultato è arrivato, però non vorrei che lavorando troppo sulla resistenza peggiori il mio spunto veloce. Vedremo, alla fine ho compiuto diciannove anni soltanto due mesi fa, il tempo per capire chi sono non mi manca».

Quali sono i tuoi prossimi appuntamenti?

«Il 16 aprile parteciperò al Giro di Reggio Calabria con la maglia della nazionale. Mi ha chiamato Bennati la scorsa settimana, ne ho parlato con la squadra e mi hanno dato il via libera. Una bella esperienza. Poi correrò il Tour de Bretagne e la Parigi-Roubaix, in programma il 7 maggio. Saranno altre due occasioni per provarci. La squadra a volte mi frena, non vuole che sprechi troppe energie perché potrei anche permettermi d’aspettare lo sprint, ma io ho scoperto che attaccare mi piace e che anticipare mi fa sentire più sicuro. Quindi, ogni volta che posso e che le gambe mi sosterranno, attaccherò».