E Sconcerti disse: «Ti mando al Giro, ti piacerà. Il ciclismo è come la vita»

Sconcerti
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Era un giorno di primavera, uno di quei giorni in cui il cielo di Roma sembra lì apposta per dirti che ormai sei fuori dall’inverno: quel color cobalto non l’ho mai ritrovato da nessun’altra parte del mondo. Entrai di corsa in redazione, e dalle facce intuii che dentro il nostro stanzone la primavera non era arrivata. La tempesta era annunciata dalla porta del direttore insolitamente chiusa. Giuliano Riva si avvicinò alla mia scrivania. «Vai di là. Ce l’ha con te». Alle sfuriate di Mario Sconcerti ero abituata, anche se di solito non ero io la destinataria delle sue urlate. Però la porta chiusa non era un bel segno.

Bussai, entrai nel suo ufficio e ci misi diversi minuti a capire cosa avevo sbagliato. Urlava. Da qualche tempo mi aveva affidato la prima pagina, e quel giorno eravamo usciti con un errore clamoroso: il pezzo del direttore cominciava in prima e doveva finire all’interno. O meglio: sarebbe finito all’interno, se io non mi fossi dimenticata di dirlo a chi di dovere. Sconcerti urlava, era un suo tratto distintivo. A volte rispondevo anch’io, facevamo delle belle litigate, ma in quel caso non avevo scuse. «Basta, non mi posso più fidare di te. La prima è troppo delicata, ti farò fare qualcos’altro». E mi buttò fuori con un urlo più forte degli altri, così che fosse chiaro che mi aveva punita.
Non fare la prima pagina voleva dire uscire alle undici invece che ben oltre la mezzanotte: mi dispiaceva averlo deluso, ma forse ci avrei guadagnato. Non sapevo quanto.

Due giorni dopo mi chiamò con un altro urlo. La porta stavolta era aperta. «Ti mando al Giro d’Italia». Non so perché immaginai che fosse il Giro a vela, forse perché io ero quella dei servizi strani, una volta mi aveva mandato a Montecatini in dicembre a un congresso di medici di famiglia sul Viagra «perché tutte le storie meritano di essere raccontate» e un’altra volta ad Assisi dopo la prima scossa di terremoto «perché è caduta una porta del mondo, non me ne frega niente se questo è un giornale sportivo».

Ma quale vela, vai a fare il ciclismo.

«Ma direttore, il Giro parte fra una settimana».

Per fare la valigia ti serve mezzora, mica una settimana.

«Ma io non so niente di ciclismo, ad Atlanta mi mandò a parlare con Cipollini e non avevo capito niente: buchi, ventagli, mi sembrava che parlasse arabo».

Io il ciclismo l’ho fatto. E conosco te. Siete perfetti l’uno per l’altra. Ti piacerà, perché assomiglia alla vita.

«Ma io non ne so niente».

Per quello c’è rimedio: si studia. Torna qui stasera dopo la chiusura che parliamo di ciclismo.

Tornai da lui più tardi, quando i rumori della redazione erano ormai spenti. Stava leggendo le fotocopie delle pagine del Corriere dello Sport che sarebbe uscito in edicola da lì a pochi minuti. Gli portai anche Stadio, prese le pagine di Fiorentina con la tigna di un affamato. Non cominciò a parlare prima di aver letto tutti i pezzi, compreso il notiziario con gli infortunati e i diffidati. Si lamentò dello spazio eccessivo che avevamo dato a una conferenza stampa di Malesani.

Voleva leggere cosa pensavamo noi, non quello che aveva detto l’allenatore davanti a tutti. Gli chiesi perché aveva detto che il ciclismo era come la vita. Aprì il cassetto dove teneva le sue bustine di zucchero e se ne svuotò una in gola prima di cominciare. Era il suo rimedio contro la pressione bassa. Poi cominciò a parlare. È come se lo sentissi adesso, invece sono passati quasi venticinque anni.

«Nel ciclismo c’è tutto. Si fa fatica, una fatica che non avresti mai immaginato di fare. Si cerca di rimanere in piedi in mezzo ai pericoli, alle trappole. Tutto può farti male: una buca nell’asfalto, un avversario che sbanda, una rotonda, un dosso, il vento, la pioggia. Qualche volta cadi, ti rialzi subito dicendo non è niente, per dimostrare agli altri che ci vuole altro per fermarti. Oppure ti accorgi che non riesci a tirarti su da terra, che c’è qualcosa di rotto, che hai bisogno di aiuto. Il ciclismo ti insegna che da solo non vai da nessuna parte: hai bisogno dei tuoi compagni, dell’ammiraglia, del meccanico, qualche volta devi trovarti gli alleati lungo la strada. Devi essere furbo, intelligente, devi ragionare. Ti piacerà parlare con i corridori, saranno i tuoi compagni di strada, il ciclismo è un viaggio che si fa insieme. E poi le corse sono esattamente come la vita: all’inizio si guarda il panorama, si sentono gli applausi, si ha il tempo di chiacchierare nel gruppo, di chiedersi come cambierà il tempo, di immaginare il momento giusto per attaccare. All’inizio tutti sentono di avere una piccola possibilità di vincere, fra tanti. Poi, col passare dei chilometri, la corsa precipita, diventa tutto più veloce, non hai più il tempo di chiederti come stai, cosa vuoi, dove vai: segui il gruppo, fai quello che puoi, cerchi di afferrare le occasioni quando ci sono, il più delle volte ti accorgi che hai perso il momento giusto. Ma ormai sono gli ultimi chilometri, il traguardo si avvicina, vai di istinto, di forza o di mestiere. Cerchi di cavartela, di fare del tuo meglio. Così è la vita».

Una settimana dopo ero alla partenza del Giro d’Italia, il primo di molti. Lo vinse Marco Pantani, e appena tornai in redazione Sconcerti mi chiamò con un urlo. «Vai anche al Tour, ma soltanto per Pantani. Parti con lui per l’Irlanda, e stai sempre con lui: se va in un fosso vai nel fosso con lui, se cade cadi con lui, se torna a casa prima torni anche tu». Finì che arrivammo sui Campi Elisi, io e Pantani. Aveva ragione lui, il mio direttore. Il ciclismo mi è piaciuto, è un viaggio bellissimo. Ma qualche volta fa male, esattamente come la vita.