Fanfan Rebellin: «Fatto a pezzi prima di ucciderlo. Quella mattina era andato in banca perché non aveva più soldi sul conto»

Davide Rebellin insieme alla moglie Françoise Antonini (foto: Antonini, Facebook)
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«Me l’hanno fatto a pezzi dentro, prima di ucciderlo». Fanfan Antonini, vedova di Davide Rebellin, usa parole forti. Quelle dolci e struggenti le aveva riservate a un post su Facebook che aveva fatto il giro del web, pochi giorni dopo l’uccisione del marito. Al settimanale Oggi, che l’ha intervistata e sarà in edicola domani, la seconda moglie del corridore veneto ha raccontato che Davide reagiva ai momenti difficili sempre nello stesso modo: con il silenzio e la bicicletta. Per non pensare andava a pedalare.

«Da quando l’ho conosciuto, ci sono sempre stati problemi, cause, avvocati. Tutto era ingiusto, e sottolineo ingiusto. Tutto questo accanimento è stato troppo. Davide non si arrabbiava mai, non alzava la voce, si teneva tutto dentro, non diceva niente anche per proteggermi. Solo una volta l’ho visto con le lacrime agli occhi, ma poi ha avuto la reazione di sempre, è partito e se ne è andato a pedalare… Si allenava tutti i giorni, a parte Natale, che era dedicato a noi. Ma per il resto dell’anno pedalava tutta la giornata. Sei, sette ore e anche di più, e poi la palestra. “Più si va avanti con l’età e più bisogna allenarsi”, mi diceva. In dieci anni non abbiamo mai fatto un weekend o una vacanza insieme, la bici era la sua vita… Pedalava anche di notte. Nel letto lo sentivo a volte che si agitava e ansimava nel sonno. Poi al risveglio mi raccontava che aveva sognato di vincere di nuovo le classiche corse del Belgio. Era un sogno ricorrente».

Fanfan ha rivelato il vero motivo del viaggio del marito in Veneto. «Doveva incontrare i suoi avvocati, perché aveva perso il ricorso nella causa con l’Agenzia delle Entrate. Me l’aveva nascosto. Nel 2015 aveva vinto il primo grado e pensavamo fosse finita, ma non era così. “Vedrai ci vorrà del tempo, ma vinceremo, abbiamo le prove”, mi ripeteva. Aveva portato i testimoni, tutti vedevano che viveva a Montecarlo, non riusciva a capire perché avesse perso. La mattina in cui è stato investito, era andato in banca perché non aveva più soldi sul conto e aveva bisogno di un prestito. Mio marito è stato trattato ingiustamente fino alla fine, e anche la sua morte è stata orribile e ingiusta»