Davide Piganzoli dice che adesso, per una settimana, penserà perlopiù a riposarsi. Ne ha ben donde: ha corso il Valle d’Aosta, è stato per due settimane in ritiro al Sestriere, ha partecipato al Tour de Savoie Mont Blanc e poi è partito per la trasferta francese dell’Avenir.
«E infatti ho voglia di rivedere la mia ragazza e i miei amici – spiega – Credo di averne diritto, dopo un periodo così intenso. Poi, dopo alcuni giorni di scarico, riprendo la bicicletta da cronometro perché devo preparare la prova contro il tempo dei mondiali. Baroncini non ci sarà e il sostituto dovrei essere io».
Sei il campione italiano della specialità. Con quali ambizioni parteciperai?
«Difficile dirlo adesso, sono talmente stanco e con la testa ancora all’Avenir. Diciamo che parto per l’Australia con la testa sgombra: prenderò quello che viene, consapevole che indosso la maglia tricolore e che stiamo parlando di un campionato del mondo. So che sono tra i papabili anche per la prova in linea, ma la decisione definitiva non è stata comunicata. So soltanto che noi cronomen partiremo il 12 settembre».
Hai detto di avere la testa ancora all’Avenir. Come mai? Hai rimpianti o rimorsi?
«Direi di no. Il mio compito principale era quello di aiutare il più possibile Fancellu. Sulla carta il nostro leader era lui, aveva dimostrato di stare bene. Dovevo essere il suo uomo di fiducia sulle grandi salite. E perché no, magari cercare di entrare tra i primi dieci della classifica generale».
Che rapporto hai con Fancellu? Tu corri nella Eolo-Kometa degli Under 23, lui invece in quella dei professionisti.
«Non ci conoscevamo molto, sono sincero. Poi ci siamo ritrovati compagni di camera al Sestriere e abbiamo legato abbastanza. E’ davvero un bravo ragazzo, peraltro molto talentuoso. So che ha avuto diversi problemi fisici, mi ha fatto piacere vederlo competitivo e battagliero».
Era il tuo primo Tour de l’Avenir. Nutrivi qualche timore particolare?
«Per niente, con la paura non si va da nessuna parte. E poi stiamo parlando di una corsa di ciclismo, non della guerra. Personalmente conoscevo la maggior parte dei corridori che abbiamo affrontato, quindi da questo punto di vista non si è trattato di una novità».

Però le tappe di pianura ti avranno impressionato: vento, cadute, ritmo elevatissimo, attacchi e contrattacchi.
«E infatti all’arrivo eravamo sempre stremati. Sì, il livello era davvero alto. Amadori ci ha detto che non ricordava un Avenir così veloce e così combattuto. Fortunatamente non ci sono stati molti ventagli. Sono soddisfatto di come mi sono mosso: ho sempre portato a casa la pelle. Giornate del genere servono a sviluppare l’occhio, la sensibilità e la scaltrezza».
Poi, purtroppo, è arrivata la seconda cronosquadre, quella più lunga. Cos’è successo?
«Dovevamo comportarci meglio, inutile negarlo. Ci sono stati fraintendimenti, abbiamo comunicato male. Siamo partiti troppo forte e Bruttomesso s’è staccato praticamente subito. Poi Dapporto, caduto il giorno prima, ha smesso di dare i cambi e più avanti ha perso contatto. Martinelli, invece, è rimasto attaccato, ma anche lui non passava più in testa. In sostanza il grosso del lavoro è toccato a me, Milesi e Fancellu. Sinceramente non pensavo che Dapporto e Bruttomesso potessero perdere così tanti in minuti in pochi chilometri».
In serata vi sarete confrontati. Come vi siete riorganizzati?
«Amadori era arrabbiato nero, inevitabilmente. Però, allo stesso tempo, ci ha detto che avevamo ancora alcune tappe davanti, che c’era il terreno per provare a fare qualcosa di bello, che essendo noi l’Italia avevamo il dovere di ritagliarci quantomeno una giornata di gloria. A quel punto è salito in cattedra Milesi».
Del quale sei molto amico.
«Tant’è che eravamo compagni di stanza. Com’è andata la convivenza? Non mi lamento, anche se lui è uno di quelli che vuole vedere un film e poi dopo mezz’ora si annoia. Avevamo un sacchetto di caramelle da un chilo e mezzo, dopo un paio di giorni erano finite. A parte gli scherzi, ha preso le redini della squadra tenendola compatta. Sapevamo che era il nostro punto di riferimento e lui non ha deluso le aspettative, facendosi trovare pronto, disponibile e saldo anche nei momenti più duri».
Sarai stato contento della sua vittoria di tappa.
«Altroché. Se l’è meritata, fatta eccezione per le primissime giornate poi non ha sbagliato praticamente nulla. In gruppo è rispettato perché si fa rispettare, è sempre nel vivo della corsa e sa leggere in anticipo certi scenari. Veniva a parlare con me e Fancellu, voleva avere chiara la situazione. E’ già esperto pur essendo giovanissimo».

Il giorno dopo la cronosquadre, al termine di una tappa mossa e nervosa, sei arrivato terzo alle spalle di Grégoire e Van Belle.
«Un risultato che ha sorpreso me per primo. Sinceramente non credevo di poter fare una volata così bella. Un piazzamento importante e indicativo: vuol dire che posso dire la mia anche in quelle corse di un giorno che si risolvono in volate a ranghi ristretti».
Poi sono arrivate le frazioni d’alta montagna. Sei stato più sfrontato e meno conservativo del solito.
«E’ vero. Nella settima tappa ho provato a seguire Uijtdebroeks, anche se ho capito subito che il suo ritmo non era il mio. Il giorno dopo mi hanno attaccato e mi sono difeso bene. Nell’ultima frazione, invece, mi sono alimentato male e ho pagato qualcosa, scivolando dal quarto al quinto posto. Ma niente di drammatico, non sono naufragato. Comunque sì, ho corso come se non avessi niente da perdere. E’ andata bene».
Finché non sei salito al Sestriere con la nazionale, non avevi mai fatto un ritiro in altura per tenerti alcuni margini per il prosieguo della carriera. Hai qualche rimpianto? Magari ti saresti levato qualche soddisfazione in più.
«Può darsi, ma preferisco rinunciare a qualcosa adesso con la speranza di ritrovarmelo in futuro tra i professionisti. A vincere l’Avenir non ci ho mai pensato, i primi tre avevano un ritmo superiore. Sul podio potevo salirci, alla partenza dell’ultima tappa il terzo posto di Hessmann era distante soltanto trenta secondi, ma purtroppo come dicevo ho commesso qualche errore e ho dovuto accontentarmi. Il tedesco mi ha davvero stupito: pesante com’era non credevo potesse difendersi sulle salite più dure».
C’è un insegnamento in particolare che la trasferta dell’Avenir ti ha lasciato?
«Una corsa a tappe è una scoperta continua, non si finisce mai di capire o imparare qualcosa di nuovo. Sicuramente nutro più fiducia in me stesso. Ho lottato più o meno alla pari coi migliori scalatori della mia categoria, non è poco. Per il momento non ne abbiamo ancora parlato, ma sarebbe bello passare professionista dal prossimo anno con la Eolo-Kometa: io mi sento pronto».















