TOUR DE FRANCE / Entra in scena il pavé: nel 2014 la strepitosa “Roubaix” di Nibali, in un mare di fango

Vincenzo Nibali durante la quinta tappa del Tour 2014, la Ypres - Arenberg Porte du Hainaut (foto: Yuzuru Sunada)
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Si può vincere il Tour de France in pianura? Quasi impossibile, a meno che non si viaggi sulle strade della Roubaix, in un incubo di pioggia e fango. È quello che accadde a Vincenzo Nibali il 9 luglio del 2014, nella frazione che arrivava a un passo dalla foresta di Arenberg, proprio il traguardo riproposto oggi, a otto anni di distanza, dalla Grande Boucle.

Anche allora il Tour era nella sua fase iniziale. Vincenzo aveva già messo sul piatto le sue ambizioni vincendo a Sheffield il secondo giorno e indossando la maglia gialla. Tuttavia, pur avendo conquistato sia la Vuelta che il Giro, non era lui il favorito assoluto, ruolo che spettava ex aequo a Froome e Contador.

La Ypres-Arenberg Porte du Hainaut, con le sue generose sezioni di pavé, sembrava un terreno di scontro per i grandi specialisti della Roubaix, gente come Cancellara, Sagan e Vanmarcke. Gli uomini di classifica erano più che altro chiamati a una saggia gestione del rischio.

Tour de France, primo colpo di scena: Froome cade e abbandona

Le pessime condizioni meteorologiche maturate dal mattino resero la corsa insidiosa fin dai primi chilometri, provocando il primo, enorme colpo di scena: alla seconda caduta di giornata, Chris Froome si rialzò a fatica con una smorfia di dolore, tenendosi il polso destro. Poi, a piccoli passi, salì in ammiraglia: Tour già finito.

Le pietre, ricoperte da una fanghiglia viscida e coperte da larghe pozze, entrarono in scena a meno di 70 chilometri dal traguardo, e la corsa esplose definitivamente. Alla prima sezione Contador e Nibali rimasero a marcarsi. Erano entrambi completamente a digiuno di Roubaix ma, come insegna Moser, un’autorità in materia, il feeling con il pavé è questione più di pelle che di esercizio. Così, mentre Nibali, ben scortato dalla sua Astana, guizzava da una pozzanghera all’altra, non sbagliando una traiettoria, Contador sembrava pedalare sulle sabbie mobili.

Già nel secondo tratto di pavé lo spagnolo cominciò a perdere posizioni. A Nibali bastò una rapida occhiata all’indietro per capire che era il momento di spingere a tutta. Ci furono cadute, uscite di strada, carambole, pattinate paurose. Vincenzo mostrò tutta la sua feroce concentrazione quando riuscì a evitare di un nulla il compagno di squadra Gruzdev, caduto in curva proprio davanti a lui.

Annullata una fuga di comprimari, i favoriti di giornata, con Sagan, Cancellara, Vanmarcke e Trentin, presero il comando delle operazioni. Alle loro spalle Nibali sembrava un intruso, ma intanto Contador era sempre più lontano.

Contador a picco. E Vincenzo stacca i draghi delle pietre

Al penultimo settore di pavé, lungo quasi 4 chilometri, tutti attendevano la resa dei conti tra Sagan e Cancellara. Invece fu la rumba dell’Astana, con Westra, Fuglsang e Nibali, a fare danni seri. L’unico a resistere fu un ex campione di ciclocross, l’olandese Lars Boom, in giornata di grazia. Obiettivi diversi, ovviamente: Boom sognava la vittoria di tappa, Nibali e i suoi dovevano soltanto dare la mazzata decisiva a Contador, che remava ormai a oltre due minuti.

Così, sulle ultime pietre, l’olandese prese il largo, Fuglsang e Nibali arrivarono 19 secondi dopo, Contador apparve dopo 2’54”. I progetti di rimonta dello spagnolo durarono solo qualche giorno: nella tappa della Planche des Belles Filles una caduta lo mise definitivamente fuori gioco. Nessun altro poteva creare problemi al Nibali di quei giorni, che dominò anche in montagna portando a Parigi una dote di oltre sette minuti sul francese Peraud.

Buona parte dell’opera l’aveva compiuta sul pavé, tanto che ci si chiese cosa avrebbe potuto combinare alle prese con una vera Roubaix. Domanda, oggi lo sappiamo, rimasta senza risposta.