TOUR DE FRANCE / TOUR mon amour: l’imprevedibile Perez, che ha sconfitto l’asma e sogna l’impresa

Anthony Perez in azione al Tour de France (foto: A.S.O./Pauline Ballet)
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TOUR mon amour è la rubrica di Bicisport sul Tour de France che racconta una storia, un personaggio, un frammento di ognuna delle ventuno tappe della Grande Boucle. Non necessariamente chi ha vinto o chi ha perso, ma chi ha rubato la nostra attenzione o il nostro sguardo anche solo per un attimo.


Se l’ex commissario tecnico della nazionale francese degli juniores lo avesse visto in azione oggi, probabilmente gli avrebbe ripetuto le stesse parole di oltre dieci anni fa. «Anthony, non posso convocarti per il mondiale: sei imprevedibile, attacchi a sproposito. Sei forte, ma da te non so mai cosa aspettarmi». Perez non rispose, un po’ per il dispiacere e un po’ perché si accorse in un attimo che dalla sua bocca sarebbero uscite soltanto offese e parolacce, ma promise a se stesso che alla prima occasione utile avrebbe dimostrato a tutti che di lui ci si poteva fidare. Non dovette aspettare molto. Pochi giorni dopo, in una corsa vallonata (quelle che lui ama), uscì in solitaria dal gruppo e recuperò due minuti al drappello di testa composto da venti corridori. Qualche ora dopo, nella lista dei convocati per gli imminenti mondiali di Mosca del 2009 (vinse Stuyven su Démare), c’era anche il nome di Anthony Perez.

TOUR DE FRANCE / TOUR mon amour: l’imprevedibile Perez, che ha sconfitto l’asma e sogna l’impresa

Nella prima tappa del Tour sul suolo transalpino, la Cofidis voleva che almeno uno dei suoi fosse in fuga per onorare le strade di casa, identificandosi loro con la Francia del Nord. Detto, fatto: stavolta, in Perez, Cort Nielsen ha trovato un compagno d’avventura che non capisce nemmeno una parola di danese ma tutto di azioni sconclusionate, l’esperanto del ciclismo per quei corridori che possono sperare di vincere soltanto correndo così. Perez attacca da lontano essenzialmente per due motivi: perché ama coltivare il gusto per l’impresa e perché le abitudini prese in giovane età sono le più dure da perdere.

Nel 2010, a 19 anni, doveva passare professionista con la Pomme Marseille, ma non se ne fece niente. I quattro anni successivi furono un calvario: nel finale di gara gli mancavano sempre le energie per giocarsi la vittoria e a volte le sue gambe si indurivano così tanto da fargli male più di quando, per una caduta, si ruppe alcune costole. Attaccava da lontano, insomma, nella speranza di accumulare un vantaggio tale che gli permettesse di giocarsi il successo. Nel 2015, ormai ventiquattrenne, Perez sentiva che il tempo a sua disposizione stava per finire. Provò con l’ultima sessione di esami e controlli. Attraversò la Francia, dalla sua Tolosa a Saint-Malo, per parlare col dottore Menuet, che in sostanza gli chiese: com’è possibile che nessuno prima di me si sia reso conto che tu, sotto sforzo, soffri di asma violenta? «Perdi il 66% della tua capacità polmonare, mi spiego?», gli spiegava. Ma forse Perez non lo ascoltava già più: finalmente si sentiva libero (e convinto) di poter inseguire il professionismo.

Prima, per via di questo problema, si sentiva limitato: lui, alto 1,90 per 70 chili, che in sella alla sua bici ha una posizione praticamente impeccabile. Risolto il problema, tuttavia, Perez non cambiò il proprio modo di correre: decise di continuare ad attaccare, perché soltanto mettendosi in mostra il maggior numero di volte avrebbe potuto strappare un contratto vero e proprio. La Cofidis glielo fece l’anno dopo, nel 2016. Ma Vasseur, il team manager, fu categorico: «Niente azioni scellerate, il tuo compito è aiutare Bouhanni». Il patto durò soltanto per quella stagione, poi la dirigenza si accorse che i tentativi di Perez erano sì ambiziosi, ma tutt’altro che stupidi. Da allora ha vinto quattro corse: l’ultima, la Classic Loire Atlantique, a marzo di quest’anno; la prima, una tappa al Giro di Lussemburgo, nel 2017 («A me basta vincere, non m’interessa chi ho battuto», disse dopo aver anticipato Van Avermaet, campione olimpico in carica).

È il suo quinto Tour de France della carriera, sempre presente dal 2018. Un solo ritiro, peraltro grottesco, nel 2020. Era andato in fuga nella terza tappa per provare a prendere la momentanea leadership nella classifica degli scalatori. Dopo esserci riuscito, il suo unico obiettivo era arrivare sano e salvo al traguardo. Invece rimase coinvolto in un incidente con la sua ammiraglia e fu costretto al ritiro. Oggi era impossibile strappare la maglia a pois a Cort Nielsen, ma attaccarlo si poteva. Perez, scommettendo sull’appagamento del danese, lo ha fatto ad una quarantina di chilometri dalla fine, rimanendo da solo in testa alla corsa finché Van Aert non ha deciso di interrompere una teoria di secondi posti decisamente fastidiosa. Perez, che dice di odiare le cadute e ancor di più le radioline, è ben consapevole di non essere Van Aert, ma questo non gli impedirà di riprovarci un’altra volta.