Milesi cresce in Olanda, ma un incidente lo ferma: «Uno stop che non ci voleva, si vedevano i frutti del duro lavoro. Alla Dsm l’ambiente giusto per me»

Milesi
Lorenzo Milesi in allenamento con la maglia della Dsm (Photo Credit: James Odvart / DirectVelo)
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Lontano dai palcoscenici italiani dove in queste settimane si stanno correndo diverse classiche internazionali come San Vendemiano e Trofeo Piva, c’è un giovane azzurro che sta crescendo ogni giorno di più. Parliamo di Lorenzo Milesi, ventenne di San Giovanni Bianco che alla fine dello scorso anno ha deciso di lasciare tutto e partire per l’Olanda, dove il Team Dsm lo ha accolto a braccia aperte.

Molto considerato anche da Marino Amadori, Milesi ha avuto un ottimo inizio di stagione. Si è districato tra Under 23 e professionisti e la scorsa settimana ha mostrato tutte le sue qualità in una corsa a tappe belga, il Trittico Monts Chateaux, davvero di alto livello. Due le tappe vinte (una a cronometro) e la maglia di miglior scalatore…

Sfortunatamente proprio due giorni fa è stato investito da un’auto mentre stava pedalando in Olanda, procurandosi la frattura della mandibola e la rottura di alcuni denti. Un incidente di percorso che proprio non ci voleva.

Lorenzo, innanzitutto come stai?

«Non proprio bene. Oltre al dolore fisico che mi ha provocato l’incidente, bisogna fare i conti anche con il brutto colpo al morale. Stavo andando bene e avevo grandi progetti per i prossimi appuntamenti. Spero di rimettermi presto…»

Ti aspettavi di andare così forte?

«Da una parte sì. Siamo andati in Belgio con l’obiettivo di curare la classifica generale, io sarei stato il capitano della squadra. Le sensazioni nella prima frazione però non erano ottimali. Siamo andati via a 60 chilometri dall’arrivo con un gruppo nutrito, poi negli ultimi 20 ho iniziato a patire i crampi».

Però quella tappa l’hai vinta, come hai fatto con i crampi?

«Non volevo deludere la squadra, quindi ho semplicemente stretto i denti. Sapevo che in un arrivo a gruppo compatto non avrei potuto fare molto, così l’unico modo era quello di anticipare. È andata bene e ho portato a casa la prima vittoria stagionale».

Il giorno successivo cos’è successo? Sei uscito di classifica…

«Diciamo che la fortuna non ha sorriso alla nostra squadra. Dovevamo partire in sei, ma alla vigilia uno dei nostri ha preso la febbre. Poi c’è stata una caduta e un altro compagno ha alzato bandiera bianca. Poi un altro ragazzo non ha finito la prima tappa. Praticamente eravamo rimasti in tre e in quella seconda tappa ho bucato su un pezzo di pavé e il cambio mi si è bloccato sul rapporto più duro. Ho aspettato l’ammiraglia per cambiare bici, ma a quel punto il gruppo era andato già via».

Ti sei rifatto l’indomani con la vittoria a cronometro, una specialità che hai sempre curato particolarmente…

«Mi piace molto la crono e con quella posizione aerodinamica mi trovo molto bene. Siamo venuti per fare classifica anche perché teoricamente avrei potuto guadagnare nella prova contro il tempo. Così è stato, peccato per i minuti persi il giorno prima. Mi accontento comunque delle due tappe e della maglia a pois».

Ma nella Dsm come ti stai trovando?

«Benone. Qui è tutto super organizzato, lo staff ti segue quotidianamente e con i compagni ho un ottimo rapporto. Non pensavo di poter avere un così bell’impatto con questo ambiente. Sono felice, sento di aver trovato la squadra giusta per la mia crescita».

Molti hanno criticato quell’ambiente così rigido. Cosa rispondi a loro?

«Che molto dipende dal carattere della persona. Io sono uno che ha bisogno di regole e di organizzazione. Per un giovane non c’è niente di meglio di uno staff preparato che ti indirizza verso le scelte giuste. Capisco che non è semplice, ma con un po’ di buona volontà tutto questo lavoro tornerà utilissimo».

Hai notato parecchie differenze con l’anno precedente alla Beltrami?

«Parliamo di due mondi completamente diversi. Alla Beltrami sono stato benissimo, ma è chiaro che è tutto molto più piccolo. Qui si lavora con lo staff della World Tour e tutti sono mentalizzati già al professionismo. Non a caso ho corso anche la Per Sempre Alfredo, il Tour du Var e la Milano-Torino con i “grandi”».

Attualmente vivi in Olanda?

«Sì, vivo in Olanda praticamente da solo. Sto crescendo molto anche sotto il punto di vista della responsabilità. Diciamo che a casa devo badare a me stesso. Sarei dovuto stare qui fino a fine maggio, per poi tornare in Italia per preparare il Giro e il Valle D’Aosta. Adesso sinceramente ancora non so cosa succederà».

Erano quelli i tuoi grandi obiettivi?

«Sì, decisamente. Non sapevo se per fare classifica o per puntare alle tappe, era ancora presto per dirlo e molto sarebbe dipeso dai prossimi appuntamenti. Avrei dovuto fare la Liegi Under 23 e una corsa in Bretagna».

Hai corso anche con Amadori alla Gand U23. Ti tiene molto in considerazione quest’anno…

«Mi fa molto piacere, lavoro anche per guadagnarmi la nazionale. Quella alla Gand è stata una bella esperienza e credo di essermi mosso abbastanza bene. Ho provato ad andare via sull’ultimo muro, ma sono stato ripreso. Ho visto che Persico era in gruppo, così ho lavorato per la sua volata. Peccato che poi non è andata come speravamo. Spero di rivestire presto la maglia azzurra».