Oioli: «Da piccolo imitavo Contador, adesso è il mio capo. Amo i film di Tarantino e sogno il Fiandre»

Manuel Oioli ai mondiali di Leuven dello scorso anno, chiusi al 5° posto.
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Quando Manuel Oioli si è trovato davanti Alberto Contador è tornato di nuovo bambino. Aveva sette, otto anni: non di più. Da qualche tempo suo nonno se lo portava dietro in bici nelle uscite con gli amici e vedeva crescere la passione nel nipote. In quel momento, tra il 2010 e il 2011, Contador è lo scalatore più forte del mondo. E Oioli se ne innamora, anche se nel frattempo continua a giocare a calcio, tra porta e difesa. 

«Anche se non ero molto convinto. Mi sentivo uno dei tanti, mi divertivo il giusto. Il ciclismo stava cominciando ad appassionarmi sempre di più. Quando uscivo con mio nonno, lui era il mio gregario e io facevo finta d’essere Contador. Mi accorgevo che gli sportivi che ammiravo erano ciclisti e mai calciatori».

Uno era Contador. Gli altri?

«Principalmente erano due: Contador e Rodriguez. Vincevano tanto, davano spettacolo, non avevano paura d’attaccare e di mostrarsi sofferenti. Non si nascondevano, insomma. Avevo l’impressione che ogni successo costasse loro tantissima fatica».

Ricordi la tappa di Fuente Dé alla Vuelta del 2012? Contador era tornato dalla squalifica e con un’azione inaspettata ribaltò la classifica generale ai danni proprio di Rodriguez.

«Quel giorno tifavo per Rodriguez e vederlo perdere mi dispiacque molto. Col tempo ho capito che Rodriguez lo vedevo come un modello, sentivo di avere delle caratteristiche in comune con lui. Contador invece era l’idolo, il campione assoluto».

Cos’è che ti ha colpito di lui quando te lo sei trovato davanti?

«E’ venuto a trovarci nei due ritiri fatti, già quello l’ho apprezzato. Mi è parso interessante e significativo quello che ci ha detto la prima volta: che anche lui è stato un ragazzo come noi, dal futuro incerto e con tutto da imparare, e che è diventato Alberto Contador nel tempo, vincendo e perdendo, tuttavia sempre combattendo. Per un giovane sentire parole del genere è rincuorante».

Hai conosciuto anche Ivan Basso?

«Ho conosciuto prima lui di Contador. Tutti gli italiani che scelgono di correre per la loro formazione giovanile hanno a che fare prima di tutto con lui. Ci parla, li vuole conoscere, provare a capirli. Potrebbe cullarsi sugli allori, la bella carriera l’ha fatta, e invece si espone e si spende così tanto anche per i giovani. Che, diciamo la verità, spesso danno più grattacapi che gioie. Con noi non si arricchisce e non ci fa mancare niente, per cui lo ammiro e lo stimo».

Quando è nata la possibilità di debuttare tra gli Under 23 con la loro squadra?

«Fino allo scorso anno correvo alla Bustese Olonia, nel cui direttivo è presente Dario Andriotto, uno dei direttori sportivi della Eolo. Diciamo che la collaborazione tra le due squadre era già presente, io fortunatamente mi sono comportato bene e quindi lo sbocco è stato naturale».

Con quali obiettivi cominci la stagione?

«Frequentando ancora le superiori, una buona parte del mio tempo la investirò lì. Quindi, almeno fino all’estate, non mi aspetto risultati clamorosi. Le due gare in cui vorrei far bene sono il Trofeo Sportivi di Briga Novarese, praticamente la gara di casa, e il campionato italiano che si correrà a Carnago, in provincia di Varese ma non così distante dalle mie zone».

Si dice spesso che il sistema scolastico italiano non vada incontro agli studenti che hanno una vita sportiva intensa.

«L’ho sentito dire anch’io e temo che sia vero, ma per quanto mi riguarda non posso proprio lamentarmi. Il liceo linguistico che frequento io, il Galilei di Gozzano, ha capito la mia situazione e non mi mette in difficoltà. Anzi, mi aiuta. Certo è che portare avanti lo studio e uno sport a livello poco meno che professionistico non è semplice. Infatti mi rimane pochissimo tempo».

Che impieghi come?

«Uscendo con gli amici, seguendo altri sport come sci alpino e sci di fondo, guardando tanti film. Da qualche anno a questa parte mi sono appassionato alla cinematografia, non saprei nemmeno dirti come. Per il resto, poco altro».

Registra preferito?

«Tarantino. Amo i suoi dialoghi, mai noiosi e sempre brillanti. I suoi film sono significativi pur avendo poco di spettacolare. Un regista che ricorre troppo spesso a scene incredibili, che siano sparatorie o incidenti o inseguimenti, secondo me sta cercando di mascherare il poco che ha da dire». 

Film preferito?

«Pulp Fiction, di Tarantino ovviamente. Ma apprezzo anche Scorsese, Nolan e Wes Anderson. Tra gli attori contemporanei mi piace DiCaprio, tornando indietro di qualche anno dico De Niro e Pacino».

Corsa preferita, invece?

«Il Giro delle Fiandre, che purtroppo non ho ancora mai corso. Dovevo farlo l’anno scorso, la gara riservata agli juniores, ma venne annullata per via della pandemia. In generale le classiche, le prove vallonate che richiedono esplosività. Per questo prendevo a modello Rodriguez e non Contador».

Quindi difficilmente ti vedremo vincere una grande corsa a tappe.

«Ad oggi credo proprio di sì. Le misure forse ci sarebbero, sono 1,74 e peso 65 chili, ci si potrebbe lavorare. Ma sono le classiche ad affascinarmi e a motivarmi di più».

Sei reduce da una stagione importante tra gli juniores: diverse vittorie e miglior italiano agli europei e ai mondiali.

«E’ stata una stagione che mi ha fatto maturare e riflettere. Vestire e onorare la maglia della nazionale è stata una bellissima emozione che voglio sicuramente ripetere, ma non sono state tutte rose e fiori».

Perché?

«Sono arrivato al Lunigiana di settembre con tre vittorie, tutte a cronometro e nessuna in linea. Volevo sbloccarmi, ero reduce da una marea di piazzamenti. A Fosdinovo, terza tappa con arrivo in salita, vinco in solitaria. Finalmente, mi sono detto. Poi ho vinto anche l’ultima frazione e le classifiche a punti e degli scalatori, chiudendo al quarto posto della generale».

Poi sei arrivato settimo all’europeo e quinto al mondiale. Rimpianti?

«Sinceramente no, sono stato battuto da corridori forti e io ho dato tutto quello che avevo. Non condivido le critiche che ci sono piovute addosso dopo la gara di Trento. L’ho trovate esagerate. Abbiamo sbagliato a muoverci? Dovevamo correre in maniera differente? Può darsi, non lo nego, ma non metteteci in croce. Se un ragazzo non può commettere un errore a 17 o 18 anni, allora quando?».

Quand’è che Manuel Oioli sbaglia?

«Sono un individualista, anche per questo probabilmente lasciai perdere il calcio. Ma soprattutto devo imparare a gestire bene la mia competitività. Quando perdo, e purtroppo succede, me la prendo troppo. E non soltanto in bici, ma anche a scuola e nella vita di tutti i giorni. Crescerò anch’io, prima o poi…».