Elisa Longo Borghini intervista se stessa: «Al Tricolore emozioni contrastanti. Quest’anno sogno di vincere la Freccia Vallone»

Longo Borghini
Elisa Longo Borghini festeggia la vittoria del campionato italiano a cronometro
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Un’intervista non convenzionale, a se stessa, per riflettere della stagione passata e gettarsi a capofitto su un 2022 che si preannuncia davvero spettacolare. Elisa Longo Borghini chiede ed Elisa risponde, pronta alla dodicesima stagione tra le élite e ancora una volta punto di riferimento (insieme alla compagna campionessa del mondo Elisa Balsamo) del movimento ciclistico italiano.

Tutti hanno davanti i numeri: nel 2021 hai ottenuto vittorie importanti, podi prestigiosi, la doppietta al campionato italiano e il bronzo alle Olimpiadi di Tokyo. Ma a livello personale e intimo, come ti sei sentita?

«È stato un anno impegnativo senza dubbio: un calendario ricco di eventi, con tanti giorni di gara e tanti obiettivi a cui puntare. C’era poco tempo per riposare e, anche se sono soddisfatta di quello che ho ottenuto, il mio umore non rifletteva sempre le gioie sportive. Penso per esempio ai campionati italiani su strada. Un momento importante della mia stagione, una bella vittoria, ma che è coincisa con un momento molto difficile della mia vita». 

Cosa vorresti dire?

«Che due giorni prima della gara il mio ragazzo Jacopo (Mosca, ndr) è stato vittima di un brutto incidente durante il campionato italiano a cronometro. Istintivamente non volevo nemmeno più correre, solo andare in ospedale e stargli vicino. Poi mia mamma mi ha messo quasi di forza sull’aereo per Bari, dove stavamo andando a correre, facendomi capire che in ospedale non avrei potuto fare niente. Mi ha convinto che correre e vincere sarebbe stato il modo migliore per dare morale a Jacopo. Anche lui voleva che corressi».

La notte prima del tricolore è stata davvero difficile. Come l’hai superata?

«Sì, davvero difficile. Nella mia testa mi chiedevo come sarebbe stato correre dopo che la persona a cui tieni di più è appena caduta ed è all’ospedale. Mi sono svegliata, ma non stavo bene. Mi sentivo come se non avessi le gambe per vincere, mentre invece ne avevo tante per riuscirci. Ho corso con l’idea che nessuno mi avrebbe potuto togliere dalle spalle la maglia tricolore perché avrei dovuto dedicarla a una persona speciale. Tagliando il traguardo ho avuto una sensazione pazzesca, diversa dalle altre, ma altrettanto bella. È stata la dimostrazione di una cosa in cui credo tanto: la testa, in molti casi, può fare la differenza più delle gambe».

Quella vittoria è stata senza dubbio il momento più importante della stagione. Hai dei rimpianti invece per il tuo 2021?

«Sì, due in particolare. Il primo all’Amstel Gold Race, dove ho commesso un errore nella gestione del finale. Eravamo in testa io e Kasia Niewiadoma con il gruppo all’inseguimento. È stato un momento frenetico, la situazione si stava evolvendo rapidamente e c’era una certa confusione con l’ammiraglia. Ina Teutenberg stava guardando la gara in TV con un leggero ritardo e io ho interpretato male le sue istruzioni.

«Ho sbagliato perché in quei momenti l’unica cosa da fare è prendere una decisione personale a costo di sbagliare. Quando il gruppo ci ha ripreso, il rimpianto è stato enorme. Quel giorno mi sentivo davvero bene ed ero sicura di poter vincere lo sprint con Kasia. Il secondo rimpianto è ancora più fastidioso, come un sassolino nella scarpa, e riguarda l’ultima tappa della Challenge by La Vuelta. Ho attaccato nel finale, sperando di arrivare tutta sola al traguardo, ma Lotte Kopecky mi ha seguito. Quando mi sono girata per guardarla in faccia, ho rallentato e lei mi ha colto alla sprovvista. Mi fa ancora male aver perso così».

Qualcuno potrebbe parlarti anche delle Strade Bianche: anche lì seconda dopo aver lavorato tanto…

«La penso diversamente, anche se sono convinta che su 100 tentativi, una gara del genere la vincerei 99 volte. Quel giorno purtroppo Chantal van den Broek-Blaak aveva quell’1% in più che ha fatto la differenza. Non mi ha dato alcuna possibilità nel finale, ma a me va bene così, è stata una lotta tra le più forti. Non dico di essere stata felice di aver perso, ma ho accettato la sconfitta senza troppi rimpianti».

Passiamo al 2022, agli obiettivi e ai “colori” con i quali li identifichi.

«Primo fra tutto scelgo il rosso e lo abbino alle classiche delle Ardenne, il primo grande obiettivo stagionale. Rosso perché questi sono luoghi dove c’è una fortissima passione per il ciclismo e dove tanti anni fa si combatteva per la libertà. Rosso perché per vincere ci vuole cuore, sono gare che ti sfiancano. Ma è anche per questo motivo che mi piacciono molto.

«Poi scelgo il blu e lo abbino al Tour de France. Un blu elettrico, scintillante perché è una novità. L’ultima scelta è la tavolozza di colori dell’arcobaleno, quelli dei mondiali. È presto per dire cosa potrà accadere su un percorso che, sulla carta, non si adatta alle mie caratteristiche, ma so che mi piacerebbe essere in Australia, da protagonista. Questo non significa essere il leader a tutti costi, bensì, come nel 2021 con Elisa Balsamo, potrebbe voler dire lavorare per chi punta al successo».

Che Elisa vedremo nel 2022?

«Negli ultimi due anni, ho cambiamento il mio stile di corsa e quando le persone mi dicono che corro “aggressivamente”, mi piace. Ho molta più fiducia in me stessa e nel mio potenziale. Ho capito cosa posso fare davvero. Lo devo alle persone che mi sono state vicine, Jacopo in primis. Mi hanno fatto credere che è meglio attaccare per provare a vincere, piuttosto che stare in gruppo e lottare per il podio. Nel 2022 voglio finire le corse a cui punto con la sensazione di aver dato tutto».

Cambieresti una serie di podi prestigiosi in tutte le Classiche per vincerne una sola?

«Assolutamente sì! Farei questa scelta per la Freccia Vallone, una corsa con cui ho una relazione di amore e odio. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita benissimo e sono arrivata vicino alla vittoria, e altri in cui questa gara mi ha respinto brutalmente, facendomi stare molto male».

Cosa devi fare per fare un altro passo in avanti?

«Per arrivare dove sono ora ho lavorato sodo e con determinazione. Non credo di dover fare niente di più per migliorare ancora, solo continuare così. A dicembre abbiamo avuto un incontro di squadra con Luca Guercilena e lui ha detto una cosa importantissima: la chiave per arrivare lontano è la disciplina. Si tratta di un concetto diverso dalla motivazione, che invece ti dà slancio. Poi hai bisogno di continutà. Per centrare gli obiettivi, serve metodo: seguire una vita sana, allenarsi duramente, riposasi quanto ti serve. Il duro lavoro in fin dei conti ripaga sempre».

C’è qualcosa invece che puoi fare per migliorare in corsa?

«Sì, dovrei essere un po’ più intelligente e razionale. Dovrei usare la testa più dell’istinto in alcuni casi: alla fine, ci sono sempre poche cicliste a giocarsi le vittorie e basta davvero poco per trasformare un podio in un successo».

Ultima domanda sul team. Non hai mai nascosto di essere molto contenta di quanto ricevuto dalla Trek Segafredo. Cosa puoi dare ancora tu alla squadra?

«Come prima cosa, penso di essere una buona capitana per cui lavorare, ma penso anche di essere una atleta versatile come poche altre in gruppo. Non ho mai avuto problemi a fare da gregaria per una compagna. Sono felice se vedo una mia compagna di squadra vincere. La versatilità è uno dei punti di forza di Elisa Longo Borghini: significa essere un punto di riferimento, una persona su cui possono contare. Inoltre so di essere anche una buona ascoltatrice. Ci sono sempre per loro così come per gli amici quando hanno bisogno di sfogarsi. È una buona qualità, almeno credo».