Faresin e la Zalf credono negli Elite: «Vincono e aiutano i più giovani. Non si può essere vecchi a 24 anni»

Gianni Faresin, direttore sportivo della Zalf Euromobil Désirée Fior
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Quella della Zalf è una scelta in totale controtendenza con quello che suggerisce il ciclismo odierno: credere negli elite, ovvero in quegli atleti che hanno superato i 22 anni senza tuttavia aver trovato una sistemazione nel professionismo. Il prossimo anno la Zalf ne avrà quattro: Riccardo Verza, Matteo Zurlo, Cristian Rocchetta (che arriva dalla General Store) ed Edoardo Faresin, diretto in ammiraglia proprio dal padre, Gianni, che ancora non riesce a capacitarsi del fatto che nessuno voglia puntare su questi ragazzi.

Ti sei dato una spiegazione, Gianni?

«Razionali nemmeno una, se devo essere sincero. Dovrei attingere dai cattivi pensieri: gli sponsor, i procuratori, le raccomandazioni, l’incompetenza. Io so soltanto una cosa: che non si può essere vecchi a 24 anni».

Perché vengono scelti così tanti giovani a discapito dei più esperti?

«Perché ognuno spera di anticipare le World Tour più ricche e di trovare la gallina dalle uova d’oro. Ma di Evenepoel e Pogacar ce ne sono due, e comunque a voler essere sinceri il belga ha ancora tutto da dimostrare. E tutti gli altri, trattati come questi due senza esserlo, che fine fanno?»

Faresin, fino a che punto è giusto considerarla una moda?

«Non so se è il termine giusto, ma ci va vicino. Io ho l’impressione che ormai nessuna squadra di vertice voglia rimanere esclusa da questo circolo: tutte vogliono avere almeno un giovanissimo nell’organico, tutte tentano almeno un colpo ad effetto che faccia parlare di loro».

Voi, al contrario, continuate a puntare sugli elite. Quest’anno una buona parte delle vittorie sono arrivate da Gandin, Verza e Zurlo.

«Non è una battaglia ideologica, attenzione. Ci puntiamo per un semplice motivo: perché stiamo parlando di corridori forti che hanno dimostrato quanto valgono e che meriterebbero almeno una chance tra i professionisti. Ne avremo quattro anche il prossimo anno: Verza, Zurlo, Faresin e Rocchetta».

Non ci sarà Stefano Gandin, dunque.

«Né lui né Masotto, che diventerà un elite a partire dal 2022».

Perché sono così importanti gli elite nei meccanismi di una squadra?

«Per mille motivi diversi. Stiamo parlando di ragazzi giovani ma allo stesso tempo con una certa esperienza alle spalle. Quindi conoscono i percorsi, le insidie, come si muovono le altre squadre. Hanno un fiuto più sviluppato, capiscono prima degli altri quello che potrebbe succedere. È come se fossero dei direttori sportivi che pedalano in mezzo al gruppo».

E poi sono fondamentali per le nuove leve.

«Sì, tanto in gara quanto durante la settimana. Tutte quelle accortezze che, sommate, fanno la differenza tra un professionista e un corridore destinato a smettere. Come e quanto ci si allena, con quale intensità, cosa si mangia, in che modo si gestisce il riposo e l’allenamento giù dalla bici».

Praticamente dei fratelli maggiori.

«Esatto. Un dilettante al primo anno, per quanto talentuoso e sveglio, ha ancora molto da imparare. Se viene da noi trova Zurlo, Verza e Rocchetta, dei ragazzi che hanno cinque o sei anni più di lui e vincono qualche gara ogni stagione. I riferimenti sono buoni e autorevoli, insomma. Inoltre, se si crea un rapporto di un certo tipo si arriva alla confidenza e al confronto. Un patrimonio che non possiamo permetterci di disperdere».

Faresin: parli con loro di questo scarso interesse da parte delle formazioni professionistiche?

«È inevitabile, sono abbattuti e li capisco. Però non mollano, sanno di avere talento e una scorza bella dura. Se ripetono una stagione come quella appena finita, a quel punto le formazioni professionistiche non potranno più ignorarli. Prendete me: ho vinto il Lombardia a trent’anni, il campionato italiano a 32 e ho disputato il mio miglior Giro nel 1998, alla soglia dei 33».

Comunque la Zalf non punta soltanto sugli elite. Quest’anno avete lanciato nella massima categoria tre Under 23 come Zambanini, Benedetti e Tolio. Il primo ha avuto troppa fretta?

«Questo ce lo dirà il tempo. Il talento non gli manca, in questi due anni tra i dilettanti ha disputato delle ottime gare. La salita è il suo terreno: mi pare più adatto alle corse a tappe, ma di certo ha uno spunto veloce che non può tralasciare. Il World Tour non ha tanta pazienza, spero che sappia rimanere a galla. Un altro anno con noi non gli avrebbe fatto male, poco ma sicuro».

Gli altri due, invece, danno garanzie diverse, direi maggiori.

«Non ne faccio una questione di talento, ma di maturità. Benedetti e Tolio sono corridori solidi, entrambi hanno fatto tre anni tra i dilettanti crescendo gradualmente e arrivando a conquistare delle affermazioni importanti. A differenza di Zambanini, sono degli attaccanti sfrontati e imprevedibili. Auguro a tutti e tre di ritagliarsi il loro spazio, possono farcela».

Faresin: il vostro processo di rinnovamento passa anche dall’arrivo di ben cinque juniores, alcuni molto promettenti.

«Abbiamo ingaggiato Bonetto, Bruttomesso, Cavalli, Zamperini e Griggion. Sono molto contento del gruppo che avremo: ragazzi al primo anno, Under 23 nel pieno della loro attività ed elite esperti che non si arrendono. Questa è stata un’ottima stagione, però abbiamo ingranato dal campionato italiano in poi, prima abbiamo fatto fatica. Ecco, il prossimo anno sarebbe bello cominciare bene già dalla fine di febbraio».