Fatta eccezione per Davide Persico ed Edoardo Zambanini, entrambi del 2001, la parte alta della classifica individuale del Prestigio Bicisport è occupata da corridori del 2000 e del 1999, vale a dire giunti ormai al terzo e al quarto anno tra i dilettanti. Atleti esperti, dunque, e fisicamente maturi, che hanno preso confidenza col percorso delle prove più impegnative e stanno dando fondo a tutte le proprie risorse per passare tra i professionisti.
Quel che più risalta, specialmente guardandosi intorno, è l’assenza del grande talento in grado di monopolizzare la situazione: non possiamo contare su nessun Ayuso, insomma. Difficile dire perché, in questo caso l’atavica mancanza di progettualità del movimento italiano c’entra poco: corridori come Ayuso (o come Evenepoel, Pogacar e Pidcock) non si programmano, nascono e basta. Lo scalatore della Colpack, ad esempio, è nato in Spagna, ora come ora di certo non il paese più virtuoso da un punto di vista ciclistico. Senza dimenticare il caso sloveno, con soli sette corridori nel World Tour, ma che nomi: Pogacar, Roglic, Tratnik, Mezgec, Mohoric, Novak e Polanc. Trovare una legge è pressoché impossibile.
Sia tra i dilettanti sia tra i professionisti, la tendenza è quella di lamentare l’inconsistenza dei nostri talenti più validi (e più giovani, non dimentichiamocelo): ragazzi brillanti e con la testa sulle spalle che, tuttavia, riescono a dimostrarsi all’altezza dei coetanei internazionali soltanto a sprazzi. Una volta approdati al professionismo, poi, il loro processo di crescita o è molto lento oppure viene continuamente rallentato dagli infortuni e dai problemi fisici. Queste considerazioni, per quanto dure, non sono sbagliate. Ma c’è dell’altro.
C’è, ad esempio, che nelle ultime due o tre stagioni l’Italia ha dato al ciclismo di vertice molti giovani corridori, potremmo dire i nostri migliori: Battistella, Sobrero, Aleotti, Bagioli, Conca, Colleoni, Konychev, Dainese, Covi, Marchiori, Venchiarutti, Mozzato, Zana, Mazzucco, soltanto per fare alcuni nomi. Atleti che hanno vinto mondiali, europei e classiche internazionali, arrivando anche sul podio del Giro d’Italia e del Tour de l’Avenir. Nessuno di questi, per il momento, può reggere il confronto con i migliori al mondo, ma la stoffa pare esserci. Un po’ di pazienza non guasterebbe.
Per quanto riguarda il nostro movimento dilettantistico, invece, è come se fosse andata persa una generazione. Quest’anno, infatti, sono diventati professionisti corridori come Tiberi, Piccolo e Trainini (tutti e tre del 2001), Milan e Fancellu (del 2000). Talenti che, se fossero rimasti tra gli Under 23, non sarebbero nemmeno tra i più “vecchi”, e che già nella passata stagione avevano dimostrato tutto il loro valore: Milan vincendo la prova a cronometro dei campionati italiani (battendo Piccolo, tra l’altro) e una tappa al Giro d’Italia, Tiberi primeggiando al San Vendemiano.
Alle spalle dei nostri dilettanti più esperti si sta affermando una nidiata molto promettente, composta perlopiù di ragazzi del 2002. Insomma, non rimane che portare pazienza e augurarci il meglio. A patto che, si capisce, portare pazienza non diventi la scusa migliore per prendere (o perdere) tempo in attesa che la situazione migliori all’improvviso e senza fare niente.















