Arrivato al Tour of the Alps soltanto per l’ultima tappa, disputata ieri, perché impegnato a Torino per firmare un contratto con un nuovo sponsor in vista del Giro, Gianni Savio non fa sconti a nessuno. E mentre sorseggia un caffè corretto col Fernet, riflette sulla corsa della sua squadra.
Soddisfatto, Gianni?
«Molto, ma non avevo dubbi. Cepeda, per dire, lo hanno indirizzato da me Aquadro e Quintana. Firmò con me e il giorno dopo vinse la tappa al Tour de l’Avenir 2019. Scovo talenti da una vita, so come si fa. Trent’anni fa vincevo il Giro del Trentino con Leonardo Sierra, come passa il tempo…»
All’iniziale esclusione dal Giro pensi ancora?
«Un po’ meno, visto che alla fine ci andiamo, ma se ci ripenso non mi do pace. Se avessero escluso noi per invitare Arkea o Gazprom avrei capito. Però non era andata così, per questo mi sono arrabbiato».
Tu che vieni dal calcio, che idea ti sei fatto della Superlega?
«Una vergogna, la morte dello sport, dei sentimenti e del buon senso. Che arroganza, buone squadre che si autoeleggono le migliori. E poi di notte, come un colpo di stato».
I tifosi si sono fatti sentire.
«Assolutamente e forse da questo punto di vista i tifosi del ciclismo, che io continuo a preferire, avrebbero faticato di più a compattarsi. Però rimangono più civili ed educati, se posso permettermi».
È una deriva elitaria che può riguardare anche il ciclismo?
Purtroppo sì, il World Tour per certi versi è già una Superlega. Al Giro vediamo squadre intere che partecipano controvoglia perché il World Tour funziona così. Il ciclismo stia attento a non fare la stessa fine del calcio».














