Scofet: «Corro su strada da due anni appena, ammiro Evenepoel e voglio imparare a rischiare di più»

Scofet
Matteo Scofet (al centro) ha conquistato recentemente la Piccola Sanremo. Sul podio, il classe 2007 ha mostrato il dorsaqle 136, quello indossato nell'edizione 2025 dallo sfortunatissimo Kevin Bonaldo, morto lo scorso 24 ottobre in seguito a un arresto cardiaco che lo ha colpito nella gara veneta (credit: XPIX.IT).
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Considerando che la sua prima stagione intera su strada è stata quella dello scorso anno, il suo secondo tra gli juniores, Matteo Scofet può ritenersi soddisfatto dei risultati raccolti fin qui. Nel 2025, nonostante un’auto che l’ha investito il 19 marzo procurandogli la rottura dello scafoide, ha chiuso secondo al Loria, quarto alla Collegno-Sestriere, sesto al Buffoni e al Piccolo Lombardia Juniores. Quest’anno, dopo il terzo posto al De Nardi di inizio maggio, è arrivata l’affermazione solitaria alla Piccola Sanremo: è andato in fuga insieme ad altri tre corridori, ha resistito al rientro e al forcing del russo Grechishkin, e infine lo ha seminato sull’ultima salita di Vigo.

«Ero reduce dal Giro d’Abruzzo dei professionisti – racconta Scofet – durante il quale ero stato attento a non esaurire completamente le energie, proprio perché sapevo che nel fine settimana avrei dovuto correre. Comunque tra i professionisti si dura fatica anche ad occupare l’ultima posizione del gruppo. Insomma, alla partenza della Piccola Sanremo pensavo d’inventarmi qualcosa, perché almeno un segno quest’anno avrei voluto lasciarlo. Invece, sulla prima salita di giornata, mi sono addirittura staccato. Per fortuna mi sono sbloccato con il passare dei chilometri, fino a conquistare la vittoria».

In generale, che bilancio tracci della tua prima stagione tra gli Under 23?

«Difficile, soprattutto all’inizio. Potevo attingere soltanto dall’esperienza dello scorso anno tra gli juniores, ma si tratta di un mondo completamente diverso. Tra gli juniores si scatta in continuazione, di squadre che tengono sotto controllo la situazione ce ne sono pochissime, e siccome le gare sono meno lunghe capita d’imboccare le salite decisive con ancora molte forze in corpo. Tra gli Under 23, invece, non è così».

Spiegati meglio.

«Bisogna affinare la propria capacità di pedalare in gruppo. Bisogna imparare a limare, a nascondersi, a risparmiare più energie possibili. Bisogna trovare le forze per fare la differenza in salita dopo tanti chilometri a quarantasette chilometri orari di media, magari. È un altro mondo. Adesso, per fortuna, dopo tante gare con la maglia della Padovani sento di essere più padrone della situazione, ma durante i primi mesi non è stato facile tenere botta immaginando giornate e periodi più felici».

Hai qualche rimpianto?

«Non direi e i miei risultati lo dimostrano. Avendo avuto bisogno di tempo per adattarmi ad un ritmo più elevato, non mi sono mai trovato nella condizione di giocarmi il successo dopo una giornata in fuga con altri corridori, e magari di sbagliare qualcosa. Non ho rimpianti. E quando ho potuto vincere, com’è capitato alla Piccola Sanremo, ci sono riuscito».

Perché hai cominciato a correre su strada soltanto due anni fa?

«È difficile stabilirlo e spiegarlo. È successo, semplicemente. Per anni, di domenica, sono uscito in mountain bike con mio padre, ma soltanto tra gli allievi ho deciso di cimentarmi nelle prime corse. In precedenza avevo praticato sci e tennis. Ero più bravo sulla neve, ma proprio quando avrei dovuto iniziare a scendere sugli sci a livello agonistico ho deciso di dedicarmi esclusivamente alla mountain bike».

Ci pedali ancora?

«Ad essere sincero dovrei, in realtà non la uso quasi mai: giusto questa settimana nel giorno di scarico e lo scorso anno, a fine stagione, per una gran fondo. Da quando pedalo su strada, la mountain bike l’ho accantonata. Mi manca l’adrenalina e il divertimento che si provano in discesa, nient’altro. Evidentemente nel mio destino c’era la strada».

Cosa ti è rimasto della mountain bike?

«La capacità di guidare il mezzo in discesa e basta. Vorrei dire anche i cambi di ritmo, dato che le prove di cross country sono decisamente più nervose e irregolari, ma la verità è che sull’esplosività devo lavorare ancora molto».

A proposito di caratteristiche, come ti descriveresti?

«Devo ancora scoprirle fino in fondo. Di sicuro non sono un velocista, ma nemmeno uno scalatore puro, se è per questo. Mi trovo a mio agio sui percorsi esigenti, che siano gare di un giorno o a tappe, ma più di questo ancora non ho capito. Il corridore a cui mi ispiro è Evenepoel, sempre tra i migliori su ogni superficie e in grado di difendersi in montagna pur non essendo uno scalatore. Mi piace molto, tranne quando si innervosisce e perde lucidità. Sarà che sono fatto al contrario».

In che senso?

«Sono fin troppo razionale, nella vita di tutti i giorni e in sella alla bicicletta. Non è mai capitato che abbia perso una gara per eccesso di generosità: piuttosto, sarei capace di perderla restando fermo in gruppo. Mi piacerebbe imparare a rischiare più spesso e con una certa leggerezza, ho la sensazione che mi gioverebbe».

Dove correrai prossimamente?

«Parteciperò al Giro del Piave, al Del Rosso e alla Serenissima Gravel, dopodiché la mia prima stagione tra gli Under 23 potrà dirsi conclusa. Alla prossima ci penserò a tempo debito, ma non nascondo che mi piacerebbe alzare il tiro: correre meno, magari, e stabilire degli obiettivi precisi, così da mettermi in mostra nelle gare più prestigiose».