Plugge sulla morte di Finaly Tarling: «La mancanza di indignazione mi delude molto»

Richard Plugge, team manager della Visma
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Intervistato da Wielerflits durante la Vuelta di Spagna, Richard Plugge (Visma|Lease a bike) non ha fatto mistero della delusione che prova per come è stata colta la notizia della tragica morte di Finaly Tarling poco più di una settimana fa.

«La mancanza di indignazione per quello che è successo di nuovo è molto deludente per me – ha detto Plugge – Che né il presidente dell’UCI David Lappartient né nessun altro delle organizzazioni di categoria si alzi e dica: “Sì, ma aspettate un attimo, dobbiamo davvero riunirci e pensare a come possiamo impedire che questo accada in futuro?”. C’era un’iniziativa fantastica con SafeR, ma non ne sento più parlare. Forse noi squadre dobbiamo riassumerci la responsabilità della sicurezza in corsa».

SafeR (Safe Road Cycling), a cui si riferisce Plugge, «è un’iniziativa nata tre anni fa con l’obiettivo di rendere i percorsi ciclistici più sicuri. Ad esempio il tracciato della cronometro di Monaco è stato modificato seguendo le indicazioni di SafeR, e la rete di sicurezza in cui 
è finito Sepp Kuss durante la tappa verso l’Alpe d’Huez è stata installata su consiglio di SafeR
», spiega Wielerflits.

Ancora sulla morte di Tarling, il team manager della Visma ha detto: «Stiamo andando avanti. Ciò che mi delude enormemente è che tutti dicono che è terribile, e subito dopo arriva un “ma”. Io direi che dobbiamo saltare tutto ciò che viene dopo il “ma”. Questo non può assolutamente accadere. Questo è l’atteggiamento che dobbiamo adottare come comunità ciclistica».

Continua: «Questo ragazzo si è scontrato con un’auto in discesa. Riuscite a immaginare che una cosa del genere possa accadere durante una gara di Formula 1 a Zandvoort? Che un’auto si trovi improvvisamente a percorrere la pista in direzione opposta? Certo, tutti dicono che a Zandvoort non succede. Ma in realtà succede anche nelle gare ciclistiche».

L’idea che propone Plugge per il futuro, dove non vede più realizzabile la possibilità di fare tappe di 200 chilometri da un punto a un altro, è quello di fare dei circuiti. «Come sarà il nostro sport tra cinque anni? Saremo ancora in grado di percorrere 200 chilometri in auto da A a B? Probabilmente no, perché in quel caso servirebbero mille addetti al controllo del traffico. Mentre, se si percorrono giri di 20 chilometri… Tutti sono entusiasti all’idea che i Campionati del Mondo di ciclismo si tengano su un circuito locale. E giustamente! Perché almeno quello è gestibile».