Lega Ciclismo Professionisti

Aru, ricordi la prima Vuelta di Pogacar? «Tadej era umile e spensierato, ma come andava…»

Pogacar
Tadej Pogacar in azione alla Vuelta 2019 (credit: @PHOTOGOMEZSPORT2019).
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Il rapporto che lega Fabio Aru alla Vuelta è davvero fortissimo. Addirittura, racconta il sardo, la corsa spagnola sarebbe potuta essere la sua prima in assoluto da professionista. «Nel 2012 avevo discusso con Martinelli l’idea di correre la Vuelta come mia prima gara con i pro’. Alla fine “Martino” scelse un approccio più graduale e iniziai con la USA Pro Challenge: meglio così, buttarmi subito in un grande giro sarebbe stato un po’ troppo». Ma l’appuntamento tra Fabio e la Vuelta era solo rimandato. Nel 2014 la prima partecipazione, con due vittorie di tappa. Nel 2015 l’apoteosi, con il trionfo a Madrid. E poi, dopo altre partecipazioni meno felici, nel 2021 il sardo scelse proprio la corsa spagnola per dare l’addio al ciclismo: «Si arrivava a Santiago de Compostela come nel 2014, quando avevo corso la mia prima Vuelta: è stata proprio la chiusura di un cerchio».

Tra le esperienze di Aru alla Vuelta c’è stata anche quella del 2019. Quell’anno il sardo partiva con i gradi di capitano della UAE Team Emirates, e tra i suoi compagni di squadra c’era un giovane sloveno al debutto in un grande giro: Tadej Pogacar. «Mi ricordo molto bene quella Vuelta», racconta Aru. «Venivo da un paio di anni molto complicati e da un Tour di livello medio, né pessimo né eccezionale, concluso al 14º posto. La Vuelta cominciò male, con una caduta nella cronosquadre in cui fummo coinvolti sia io che Tadej. Già il secondo giorno, però, le cose andarono meglio: io arrivai quinto e lui ottavo. Nella settima tappa, invece, affrontammo insieme la salita finale, chiudendo nei primi dieci». Il sardo, però, dovette abbandonare ben preso le prime posizioni della classifica. «Dopo dieci giorni cominciai a sentire una grande stanchezza: ero molto affaticato, l’accoppiata col Tour si rivelò troppo. Così mi ritirai».

Pogacar, invece, vinse tre tappe e chiuse terzo in classifica, mostrando per la prima volta il suo sconfinato talento nei grandi giri. «Tadej è sempre stato un bonaccione: un atleta molto tranquillo, educato e umile. Queste sue caratteristiche mi impressionarono subito», spiega Aru. «Mi ricordo il suo approccio in quella Vuelta: correva spensierato, non sentiva la pressione, e soprattutto si divertiva. Doveva ancora crescere e smussare alcuni aspetti nella preparazione, ma andava già fortissimo e il talento si vedeva già chiaramente. E mi fa piacere che ora torni alla Vuelta: sette anni fa era un debuttante, adesso è uno dei corridori più forti di tutti i tempi, sicuramente il più forte tra quelli che ho visto in azione io».