Ferragosto con BS / Le vittorie, gli infortuni e quelle discese capolavoro: Savoldelli si racconta

Savoldelli
Paolo Savoldelli ha vinto due volte il Giro d’Italia, la prima nel 2022 e la seconda nel 2005 (in foto).
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Per festeggiare Ferragosto, ripubblichiamo alcuni articoli storici e le interviste più apprezzate dai nostri lettori. In questa intervista di Tony Lo Schiavo, Paolo Savoldelli si racconta. La bici faceva parte della sua infanzia tra i racconti del padre e le gite con lo zio. Da dilettante, tra una vittoria e l’altra, andava a lavorare in cantiere. La consapevolezza di doversi misurare con avversari più forti. A Campiglio non ha voluto indossare la rosa di Pantani. Nonostante gli infortuni ha vinto due Giri. Ma chi era veramente?

Paolo Savoldelli è stato indiscutibilmente un campione. Ma non è mai stato un corridore mediatico. Da buon bergamasco ha preferito la riservatezza ed ha mostrato una scarsa propensione alle relazioni esterne. Ha vinto, ha divertito, ha corso in grandi e piccole squadre, ma si è sempre gestito con grande riservatezza.

«Forse un po’ di colpa ce l’ho anch’io – ammette – non solo per questioni di carattere. Gli altri, oltre ad essere più forti di me, erano anche più presenti nell’arco dell’intera stagione. Io preparavo il Giro, correvo il Tour e poi tiravo i remi in barca».
Eppure, rileggendo la sua carriera, pur tra una quantità record di infortuni, emergono scelte coraggiose e risultati molto importanti».

Cos’è stato per te il ciclismo?

«Quando ero piccolo la bicicletta era il sogno e la fantasia, il ciclismo erano le grandi fughe e le grandi salite».

E poi?

«E poi era mio zio che, quando la strada era ancora stretta e sterrata, mi scortò in bici sul Gavia. Ed ancora mio padre che mi raccontava le storie delle sfide di Merckx e Gimondi».

E i tuoi primi ricordi?

«La vittoria al Giro di Visentini e la sua sconfitta per colpa di Roche, i miei pomeriggi davanti alla televisione ad ascoltare le telecronache di Adriano De Zan».

Com’è cominciata la tua storia di ciclista?

«Se penso a quando ero piccolo, vedo sempre una bicicletta vicino a me. Prima con mio padre che mi portava con lui e poi da solo».

Da dilettante hai avuto una carriera importante. Hai vinto anche una Coppa della Pace…

«E’ vero, ho vinto abbastanza ed anche corse importanti. Sono stato anche in maglia al Giro d’Italia».

Eri un predestinato?

«Mah, posso dire che quando correvo con i dilettanti lavoravo in cantiere con il mio papà. La mattina lavoravo, all’ora di pranzo andavo in bici e poi tornavo in cantiere. Qualche volta, magari, se correvo il sabato il venerdì non lavoravo».

Una grande passione…

«La passione c’era, ma c’era anche la necessità di lavorare col mio papà. E forse quegli anni si sono rivelati un bene anche per quella che poi è stata la mia carriera da professionista».

Cosa vuoi dire?

«Ho corso un dilettantismo puro al cento per cento, mai un massaggio, un adeguato riposo, l’attenzione per l’alimentazione… Quando sono diventato professionista poter avere queste attenzioni ha favorito un salto di qualità».

Sei diventato professionista con Argentin alla Roslotto.

«Sì, la squadra era organizzata bene, ma i problemi economici hanno condizionato tutto, anche se noi ce ne siamo resi conto tardi».

Cosa ricordi delle tue prime corse da professionista?

«La paura. In mezzo a Rominger, Indurain, Pantani, Bugno, Chiappucci: mi sembrava di stare al cinema. La paura era di provocare una caduta di quelli che erano i campioni che vedevo in televisione».

Hai vinto subito il Trentino.

«L’ho vinto due volte e avrei potuto vincerne di più. Per me il Trentino era importante per preparare il Giro. Poi andavo al Romandia a rifinire la condizione».

Che corridore eri?

«Ero abbastanza completo, ma sulle salite ripide c’erano corridori che erano più forti di me, anche grazie ad un rapporto peso/potenza per me sfavorevole».

Eppure vincevi corse con molte salite: Giro, Trentino. Come facevi?

«Ero consapevole dei miei punti deboli, sapevo di avere avversari forti e per poter vincere dovevo sbagliare il meno possibile. Ero un buon discesista, ma non è che le discese cancellavano i miei problemi. Ragionavo, non andavo mai fuorigiri».

A Madonna di Campiglio, nel giorno di Pantani, non hai voluto indossare la maglia rosa. Cos’è successo quella mattina?

«Per la prima volta, in quel Giro, ero nello stesso albergo di Pantani. Eravamo tutti molto stanchi perché il giorno prima c’era stata un tappa nella quale Marco ci aveva fatto morire…».

E quella mattina?

«A colazione avevo visto Marco e Fontanelli molto seri, ma pensavo fosse un fatto caratteriale. Non li conoscevo così bene».

Quando hai saputo?

«Quando sono sceso ho trovato una folla di giornalisti, ma non mi sono stupito: c’era Pantani».

E allora?

«Quando sono salito in ammiraglia, c’erano Corti e Zappella (il titolare della Saeco, ndr). Sono stati loro a dirmi cos’era accaduto ed a chiedermi cosa volessi fare. Ho convenuto con loro che avrei indossato la maglia rosa solo se l’avessi conquistata alla fine della tappa».

Nella tua carriera, tante cadute. Perché?

«Direi sfortuna, perché tutte le volte c’è stata una causa diversa. Per esempio quella del 2000 che mi ha condizionato per due anni è stata provocata da una borraccia».

Cioè?

«Allora facevano le borracce a vite e se mettevi la ruota sopra non scoppiavano. Io sono caduto di schiena, una botta violentissima. Se mi fossi rotto qualcosa sarei stato costretto a fermarmi, invece ho continuato e per due anni sono stato condizionato da violentissimi dolori che mi hanno impedito di rendere al meglio».

Però quando hai superato i dolori hai vinto il Giro d’Italia!

«L’avevo preparato come volevo, ma sono stato anche fortunato. Correvo in una piccola squadra e non ero certo il favorito. Andavo a rimorchio dei favoriti, mi gestivo bene».

E la fortuna?

«Evans è andato in crisi ed io ho potuto indossare la maglia. Mancavano poche tappe alla fine e tra queste c’era una crono nella quale potevo fare bene».

E così una piccola squadra beffò gli squadroni…

«Non fu vista bene la nostra vittoria, ma la colpa era loro che non mi avevano preso!».

Poi due grandi esperienze all’estero.

«La Telekom, oltre che per motivi economici, la scelsi perché volevo fare bene il Tour. Poi c’erano Guerini, Nardello, insomma andai volentieri anche se alla fine dei conti non si rivelarono all’altezza delle attese».

Andò meglio alla Us Postal?

«Bruyneel mi stimava tantissimo. Aveva apprezzato la mia posizione in bici, l’intelligenza in corsa. Purtroppo, però, una serie di infortuni mi ha impedito di incidere più di tanto».

Rispetto alle squadre italiane?

«Erano molto più evolute. Ad esempio, gli americani mi mandarono subito tre bici a casa e mi imposero un allenamento a settimana con la bici da crono. Non mi era mai accaduto prima».

Ed arrivò il secondo Giro.

«Andavo davvero forte. Ma avevo un’allergia che con il passare degli anni peggiorava. Ho dovuto gestirmi: rischiavo di perdere tutto. Ho fatto il Colle delle Finestre con grande cautela, recuperando nella discesa».

Come hai affinato le tue doti di discesista?

«Mi è sempre piaciuta la velocità e fin da piccolo mi sono sempre divertito ad inventarmi sfide cercando di aumentare le velocità studiando le traiettorie, restando dentro la carreggiata e senza toccare i freni. E’ stata la mia scuola».

Poi il ritiro…

«L’arrivo all’Astana di Bruyneel, con il quale non mi ero lasciato bene, mi ha fatto trasferire alla Lpr. Ma l’allergia peggiorava e riuscivo ad andare bene solo quando pioveva. A quelle condizioni ho fatto una scelta e ho preferito lasciare».

Un rimpianto?

«Non aver mai corso con la nazionale. Ho capito tardi quanto mi avrebbe gratificato la maglia azzurra. Ma correndo Giro e Tour, la stagione per me finiva prima ed almeno un paio di volte ho detto no a Ballerini».

Qual è stato il momento più emozionante della tua carriera?

«Dire di una vittoria mi sembra banale, preferisco l’arrivo a Parigi del 1996. Finirlo è stato fantastico. Arrivare sui Campi Elisi un’emozione inimmaginabile».

Che bilancio fai della tua carriera ciclistica? Potevi forse raccogliere qualcosa di più?

«Mah, io credo di aver dato molto, ma anche di aver ricevuto. Per esempio, ancora ricordo la sensazione di fatica estrema sul Colle delle Finestre, ma quella fatica mi ha consegnato il secondo Giro d’Italia».

Ti sei sentito più capitano o più gregario, visto che hai coperto entrambi i ruoli?

«Corridori come Scirea, Calcaterra, Fagnini mi hanno insegnato il mestiere. Il ciclismo ti insegna tanto: mi sono sentito un buon ciclista, sinceramente non andrei oltre con i giudizi».

Ci hai raccontato cos’era per te il ciclismo da ragazzo. E oggi invece cos’è?

«Rappresenta la strada che ho percorso per realizzare la mia vita. Mi ha dato tanto e gliene sono molto grato».

Cosa fai adesso?

«Sono socio in una società immobiliare ed aiuto la mia compagna nel ristorante dove sono sempre presente il sabato e la domenica».

Il ciclismo?

«Faccio qualcosa, ma ho meno tempo. Di sicuro il ciclismo che vedo oggi è molto più bello di quello che ho vissuto io. Ci sono autentici fuoriclasse che sanno stupire e divertire».

Mancano gli italiani…

«Il Sagan dei tempi d’oro, i campioni di oggi, non hanno nazionalità. Quando vedi certe cose non puoi non apprezzarle ed innamorarti dei campioni che le fanno».