
Per festeggiare Ferragosto, in questi giorni ripubblichiamo alcuni articoli storici e le le interviste più apprezzate dai nostri lettori. Oggi cominciamo questo viaggio nel tempo tornando al 12 settembre 2015, il giorno in cui Fabio Aru riuscì a ribaltare Tom Dumoulin e a conquistare la Vuelta: era la penultima tappa e si arrivava a Cercedilla. A pochi giorni dalla partenza dell’edizione 2026, quello del sardo è tuttora l’ultimo successo italiano nella corsa spagnola. Ecco dunque il racconto del nostro inviato Luca Neri, pubblicato sul BS di ottobre 2015.
È l’ora della resa dei conti. È l’ora del giudizio finale. Fabio Aru non ha più alternative. Non ha più altro da fare se non attaccare, staccare, una volta per tutte, l’olandese Dumoulin (padrone della “roja” per appena sei secondi) e prendersi una Vuelta raramente così combattuta ed incerta. È l’ora della verità, del “o la va o la spacca” e quando i pullman della squadre arrivano alla sede di partenza della penultima tappa, l’aria che si respira ha il sapore intenso di una giornata da lunghi coltelli.
All’esterno del bus Astana le bici dei corridori sono già pronte, allineate l’una al fianco dell’altra. E tra queste c’è anche quella di Alessandro Vanotti che, caduto nella tappa del giorno prima, aveva annunciato di non ripartire. E invece…«E invece ci sarà. Nonostante faccia fatica a camminare, Vano stringerà i denti e darà il suo contributo». “Martino” gironzola nervosamente tra il pullman e l’ammiraglia, all’interno della quale ha già attaccato in bella mostra sia la planimetria che l’altimetria di una tappa il cui inizio si avvicina sempre di più. Intanto il grande capo Alexandre Vinokourov si è riunito al gruppo arrivando all’alba. Seguirà la tappa sulla prima ammiraglia, al fianco di Martinelli e anche lui, a suo modo, darà il suo contributo. Quando infatti le porte del bus si chiudono e comincia la riunione tattica di quella che si annuncia essere una delle giornate più delicate e difficili della stagione, Vino è il primo a parlare e a mettere in chiaro la strategia di corsa.
«Oggi il team correrà da grande squadra e non falliremo. Possiamo farcela, Fabio deve farcela e se tutto va come abbiamo pensato stasera ci sarà da festeggiare», dice Vino in un sussurro prima di salutare, uno ad uno i sui ragazzi (concentratissimi) e prima di salire sull’ammiraglia dove Giorgio Tosello, il primo dei meccanici Astana, è già rannicchiato tra ruote, cassette degli attrezzi e borracce.
Sulla linea di partenza, a poco meno di un paio di minuti dal via e sotto gli occhi di Christian Prudhomme, organizzatore del Tour de France, la tensione tra Aru e il leader Dumoulin si taglia a fette. L’olandese, in prima fila, è ammutolito, beve di tanto in tanto dalla borraccia cercando di mascherare la tensione con qualche sorriso. Il sardo, invece, poco più indietro, parla fitto fitto con “Purito” Rodriguez. I due, gomito a gomito, si sono sempre stimati e adesso, a pochi secondi dal via, commentano un tweet di Oleg Tinkov il quale, senza peli sulla lingua, ha da poco annunciato che la sua squadra correrà per Dumoulin perché – ha scritto – «non abbiamo dimenticato l’episodio dello scorso Giro d’Italia quando sul Mortirolo Contador forò e sia l’Astana che la Katusha ne approfittarono per attaccarlo».
Si sale sul Puerto de la Morcuera, terza asperità di una tappa che di ascese ne prevede ben quattro. Il piano tattico stabilito nella riunione della mattina parla chiaro. Quando incomincerà il tratto più duro, Landa prenderà la testa del gruppo e, con Aru a ruota, darà inizio all’attacco finale. Dirà Cataldo a fine giornata: «Mancava poco al momento cruciale quando, osservando la pedalata di Dumoulin, mi sono accorto che non stava andando su con la solita brillantezza. Gli stavo alla ruota e così mi sono affiancato cercando di scorgere meglio la sua faccia. Beh, quando ho guardato il suo volto ho notato un’espressione che non gli avevo mai visto in tutta la Vuelta. Stava accusando la salita e il ritmo con il quale in quel momento si veniva su».
Con la flemma che lo contraddistingue, il corridore abruzzese continua nel suo racconto. «È stato lì, è stato in quel momento che ho raggiunto immediatamente Aru dicendogli che era il momento buono per menare le danze e darci dentro. Era arrivato il nostro momento. Era arrivato il momento di dar fuoco alle polveri».
Landa balza in testa e Aru, come stabilito, gli sta a ruota come un’ombra. Il gruppo si allunga e la maglia rossa dell’olandese vacilla come un pugile scosso da un gancio improvviso. Dieci metri, venti metri, cinquanta metri. La coppia del team Astana insiste nell’azione e quando Aru si volta per scorgere la reazione di Dumoulin, quello che vede è una lingua di asfalto e un puntino rosso che si allontana. Sì, il campione della Giant-Alpecin è alle corde in visibile difficoltà. «Le mie impressioni erano giuste», sorride sotto i baffi Cataldo continuando a dare voce ai suoi ricordi. «Ma il tratto più duro, quello in cui avevamo previsto di scatenare il nostro attacco, doveva ancora arrivare e così, per questo motivo, abbiamo compiuto un’altra prodezza. Mikel ha interrotto la sua progressione facendo rifiatare Aru e, soprattutto, dando l’illusione a Dumoulin che potesse rientrare. E così è stato perché Tom ha dato tutto per chiudere il buco ma quando l’ha fatto era troppo tardi per realizzare che aveva commesso un errore, che era caduto nella trappola che gli avevamo teso. Il tempo di rialzare la testa e… si è visto riscattare in faccia il nostro capitano».
Aru sfodera uno dei suoi micidiali attacchi. Uno di quegli attacchi che non ammettono repliche e che, per violenza e intensità, ti restano sulle gambe come macigni. Quintana c’è e si incolla al mozzo del sardo mentre Dumoulin, agganciato con lo sputo, cede nuovamente rivedendo Aru solo oltre la linea del del traguardo e quando questi sarà già sul podio fieramente fasciato dalla bandiera sarda. «Fabio Aru va a ganar la Vuelta! Fabio Aru es el nuevo leader de la Vuelta Espana!». Il pubblico si infiamma e lo speaker della Vuelta ripete a gran voce l’impresa che il campione sardo sta eroicamente portando a termine. Dumoulin è alla deriva e sta lentamente affondando come un naufrago tra le onde dell’Oceano. La sua resa è totale, sia di gambe che di testa, e per quanto crudele e spietata, la sua uscita di scena è decisamente spettacolare. Oltre alla maglia rossa l’olandese si sta giocando anche il podio di una Vuelta che lo ha visto, sin dall’inizio, assoluto protagonista. Podio che infatti al termine della tappa, andrà al vecchio Rodriguez (certo che Purito meriterebbe una Vuelta “alla carriera” visti i tanti piazzamenti conseguiti in ben dodici partecipazioni) e al giovane polacco Rafal Majka, altro talento che merita molta attenzione e che, sulle strade del Giro dello scorso anno e su quelle del Tour, abbiamo imparato a conoscere.

Luis Leon Sanchez e Andrey Zeits, lanciati all’avanscoperta sin dal mattino, aspettano l’arrivo del loro capitano che, da dietro, è sempre più lanciato verso uno straordinario trionfo. I due gregari del team Astana mettono addirittura il piede a terra pur di aspettare Aru e quando da lontano scorgono l’arrivo del gruppetto trainato dal sardo e dal compagno Landa, riaccendono i motori per dare un’altra, micidiale, trenata. Ed è qui, sotto i colpi della “locomotiva” Zeits (simpaticamente soprannominato “Spokogna” che in kazako vuol dire “rallenta” viste le sue elevatissime andature quando si mette a tirare) che Aru vince la prima Vuelta della carriera. Il gregario kazako infatti fa decollare la fuga mettendo definitivamente al tappeto la maglia rossa di Dumoulin. La sua potentissima progressione, quella di Landa che continua a dare il fritto sia in discesa che all’attacco dell’ultima salita e, infine, il passo sostenuto di Luis Leon che scorterà Fabio fin sulla linea del traguardo sono gli ultimi tasselli di una giornata tatticamente perfetta.
Una giornata che entra di diritto nella storia della Vuelta e che ricorda, per coraggio e spettacolo, l’impresa realizzata da Alberto Contador nel 2012 quando a Fuente Dé ribaltò la Vuelta con un colpo da maestro. Sì, Fabio Aru, il ragazzo sardo che viene da Villacidro, è diventato grande. Anzi, grandissimo. Il suo sogno è diventato realtà e adesso può finalmente godersi il momento più felice e straordinario della sua ancor giovanissima carriera. Appena due anni fa, il sardo si affacciava nel mondo dei pro’ con tanti sogni nel cassetto e Bicisport aveva creduto ciecamente, e sin da subito, nel suo enorme potenziale. Per questo, durante l’inverno, eravamo andati in Sardegna, a Villacidro, nella sua Villacidro, e laggiù avevamo “scoperto” un ragazzo dalle grandissime ambizioni ma con la testa ben salda sulle spalle.
Maturità e saggezza, educazione e orgoglio, talento e sani principi di una famiglia che gli è sempre stata vicino. Qualità e radici ben salde nel terreno che ora, maglia rossa della Vuelta sulle spalle, gli consentono di guardare con ambizione ad un avvenire ricco di altre straordinarie soddisfazioni.












