
Esattamente un mese fa, subito dopo aver scollinato la salita di Viggiano che contraddistingueva il finale della terza tappa del Giro Next Gen, Tommaso Bambagioni finiva contro un muro a settantasei chilometri all’ora.
«Era la prima ascesa interessante della corsa e per questo il gruppo aveva deciso di affrontarla ad un ritmo allegro – racconta il toscano della Technipes – Non eravamo in più di venticinque. Quando ho visto scattare Jackowiak del vivaio della Bahrain, sono subito balzato alla sua ruota. Ma poco più avanti, nella prima curva della discesa, per colpa dell’asfalto scivolosissimo siamo finiti a terra tutti e tre: Jackowiak, io e un atleta del vivaio della Lidl che ci era venuto dietro. Ho recuperato i dati di quei momenti: la mia velocità è passata da settantasei chilometri orari a zero nello spazio di qualche secondo. L’impatto è stato molto violento».
Eppure hai portato a termine la tappa. Com’è stato possibile?
«Col senno di poi, forse sarebbe stato meglio se i dottori mi avessero subito scoraggiato a risalire in sella. Ma ormai quel che è fatto è fatto. Sono rimasto fermo per tre o quattro minuti. Mi sentivo indolenzito e frastornato, seppur non avessi mai perso conoscenza. Però cosa vuoi che ti dica, un po’ per l’adrenalina e un po’ perché ormai all’arrivo mancavano una decina di chilometri, sono ripartito riuscendo ad arrivare fino al traguardo. Ecco, in quel momento ho capito d’essermi fatto seriamente male».
Sei andato subito all’ambulanza?
«Sì, era doveroso. Ma lì per lì hanno sottovalutato le mie ferite, medicando soltanto quelle più evidenti. Il tragitto verso il pronto soccorso l’ho fatto da sdraiato su un lettino, senza essere stato immobilizzato. Le radiografie e i controlli hanno subito evidenziato una contusione al fegato e alcune vertebre rotte, ma l’ematoma impediva ai dottori di avere un quadro chiaro della situazione. Una settimana più tardi mi sono nuovamente sottoposto alle radiografie e sono emerse le sette vertebre rotte».
Per quanti giorni sei rimasto ricoverato in ospedale?
«Per sei giorni. Proprio a Villa d’Agri di Marsicovetere, dov’era terminata la terza tappa, c’è un piccolo ospedale, ed è lì che sono rimasto. Il problema che preoccupava maggiormente i medici era la ferita al fegato, perché temevano che perdesse liquidi e che subentrasse un’emorragia. Per fortuna non è accaduto niente di tutto questo e dopo sei giorni sono stato dimesso».

Come sei tornato a casa?
«È stato un viaggio della speranza: sei ore d’ambulanza, sdraiato nel senso contrario di marcia e con il busto. Fino a una settimana fa, ho passato la maggior parte del tempo a letto, alzandomi soltanto per mangiare e per andare in bagno. Negli ultimi giorni ho ricominciato a muovermi, seppur con cautela e sempre indossando il busto. Non ho dolori e questo mi dà fiducia e tranquillità».
Fino a quando dovrai portare il busto?
«Almeno fino alla fine di luglio. Se a quel punto mi sarò ristabilito, allora me lo toglierò definitivamente. Altrimenti, dovrò indossarlo per altri quindici giorni. Però mi consolo con la mobilità ritrovata. Posso ricominciare con la piscina, con gli squat e gli affondi senza pesi. Ovviamente, sempre sotto l’occhio del fisioterapista. Però è comunque una ripartenza».
Quando pensi, invece, di poter tornare a pedalare?
«Spero di salire sui rulli tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, e di scendere in strada verso la metà di agosto. Questa, ovviamente, è la mia idea: poi conterà il parere dei medici».
Questo significa che non correrai il Tour de l’Avenir con la nazionale di Amadori come, invece, sembrava fino a qualche settimana fa.
«No, purtroppo non parteciperò né all’Avenir né ai mondiali e agli europei, perché anche se tornassi a pedalare su strada a metà agosto non riuscirei a farmi trovare pronto come bisogna essere per certi appuntamenti. Sarei già soddisfatto se rientrassi in gruppo, e magari vincessi, nelle corse del calendario italiano tra settembre e ottobre».

Senza questo intoppo saresti passato professionista?
«Qualcuno si era fatto avanti e devo dire che l’interesse nei miei confronti non è scemato nemmeno dopo l’incidente. Certo, se non mi fossi schiantato su quel muro sarebbe stato meglio, perché a conti fatti ho corso da metà febbraio a metà maggio, fatta eccezione per la Coppa della Pace del 7 giugno. E giustamente le squadre che mi avevano cercato aspettavano il Giro Next Gen e il campionato italiano per propormi un’offerta più concreta. Quest’incidente non ci voleva, ma l’ultima parola potrebbe ancora non essere stata scritta».
Se non dovessi passare professionista rimarresti alla Technipes?
«Sì, io e la squadra siamo già d’accordo. Anzi, ci tengo a ringraziarli per la disponibilità e la vicinanza nei miei confronti. Tra gli Under 23 ho già dimostrato il mio valore e so quello che posso raccogliere, quindi rimanere un altro anno nella categoria non mi preoccuperebbe. Avrei anche un ruolo più centrale rispetto a quello che ho ricoperto nelle gare primaverili di questa stagione. L’importante è recuperare al cento per cento dall’incidente, il resto sarà solo una conseguenza».
Adesso come stai?
«Meglio, per fortuna. Non ho più molti dolori e comincio a vedere la luce in fondo al tunnel. Non mi sono mai abbattuto, perché non è nella mia natura e perché col senno di poi poteva andare anche peggio. Avere accanto persone intelligenti e sensibili ha fatto tutta la differenza del mondo. Sono sicuro che da questo periodo turbolento uscirò ancora più forte».










