
La storia di Riccardo Barbuto merita davvero di essere raccontata. Il classe 2005, domenica, si è presentato a San Gimignano al via della Coppi Martiri di Montemaggio, la sua prima gara stagionale, accompagnato solo dai suoi genitori. Senza ammiraglia, senza compagni di squadra, con la maglia dell’Equipe Corbettese, Barbuto è riuscito a vincere piazzando una stoccata decisiva negli ultimi 500 metri, anticipando Bruno e Del Cucina. Un trionfo che lo ha lasciato incredulo, e davvero tanto emozionato.
«L’inverno – racconta Barbuto – è stato molto duro, faticoso e pieno di sacrifici. Dopo la fine della mia avventura con la Rostese non mi voleva nessuno, fino a dicembre sembrava che proprio non ci fossero opzioni per continuare la mia carriera».
Poi cos’è successo?
«La scelta più facile sarebbe stata smettere: nelle ultime quattro stagioni, tra juniores e Under 23, la fatica è stata molto superiore ai risultati raccolti. L’anno scorso senza la scuola speravo di andare meglio, ma non ho raccolto molto. Però io, di smettere, non ne volevo sapere».
Perché?
«Perché in bici mi diverto ancora come quando ero piccolo. In tutta questa situazione di incertezza, non ho mai perso il piacere di allenarmi e di pedalare: l’ho vissuta molto serenamente. E poi, alla fine, una soluzione l’abbiamo trovata».
Grazie all’Equipe Corbettese.
«Esatto, abbiamo chiesto la loro disponibilità e mi hanno tesserato a febbraio: è la squadra in cui correvo da allievo, un ambiente tranquillo, in cui ho trovato molto spazio. La passione per questo sport era troppo grande per mollare tutto: ecco perché mi sono buttato in questa avventura, accettando di correre senza ammiraglia e senza accompagnatori».

E così arriviamo a domenica, e alla vittoria all’esordio.
«E dire che le sensazioni dei giorni precedenti non erano per niente buone. Da lunedì a venerdì scorso ho avuto dolore al ginocchio, per cui mi sono abbastanza demoralizzato. Il sabato sono partito per la trasferta, insieme ai miei genitori, e ho provato il percorso; ma ancora non mi sentivo benissimo».
Domenica è andata meglio fin da subito?
«No, nella prima metà di gara ho avuto sensazioni normalissime. Col passare dei chilometri, però, sentivo di avere una buona gamba, e nel finale la testa e l’adrenalina hanno giocato un ruolo fondamentale: ero gasato e concentrato».
Come hai gestito il finale?
«I corridori della Hopplà hanno affrontato molto forte l’ultima salita, come mi aspettavo, ma c’era un po’ di vento e quindi a ruota si stava bene; il mio obiettivo era resistere e poi rifiatare dopo lo scollinamento, e ci sono riuscito. Dentro l’ultimo chilometro a un certo punto il gruppo si è un po’ aperto e io non ho esitato: “o la va o la spacca”, mi sono detto, e sono partito. Il traguardo l’ho visto solo ai -200 metri, sentivo che dietro di me non c’era nessuno ma ancora non ero sicuro di farcela: ho stretto i denti».
E la vittoria è arrivata.
«Ho esultato come un matto, non ci potevo credere: una gioia immensa. Sono tuttora incredulo, sto realizzando giorno dopo giorno quello che ho fatto. Naturalmente a San Gimignano mi aspettavano i miei genitori: mio padre, di rito, si mette sempre all’ultimo chilometro, mentre mia madre era al traguardo a fare il video. Devo ringraziarli tanto: non è scontato trovare dei genitori che ti supportano a 360 gradi, senza metterti nessuna pressione».
Due giorni dopo, alla Coppa Fiera Mercatale, hai subito sfiorato il bis…
«Bambagioni è stato nettamente il più forte, merita solo complimenti: è partito nel finale e nessuno l’ha tenuto. Dietro eravamo circa dieci corridori e ci siamo giocati il secondo posto: Del Cucina e Bruno mi hanno battuto in volata, ma il quarto posto è comunque un buon risultato. Mi sono divertito, non pensavo di giocarmela con loro».


Quali saranno i tuoi prossimi appuntamenti?
«Non lo so ancora, ma spero di tornare a correre presto. Essendo da solo, posso partecipare solo alle gare regionali, perché per le nazionali e le internazionali servono almeno quattro corridori per squadra. Di regionali non ce ne sono molte, vediamo».
Ti sei posto un obiettivo in particolare per questa stagione?
«Preferisco non pormi obiettivi, in realtà, ma vivere le gare con leggerezza e serenità, senza pressioni: la squadra mi ha lasciato tranquillo e spero di andare avanti così. Nel ciclismo moderno, a volte si vedono giovani che perdono il piacere di andare in bici: io invece mi diverto ancora, come dicevo prima, e sono supportato dalle persone giuste».
Al professionismo pensi ancora?
«Il sogno c’è ancora, la speranza anche: altrimenti non avrei accettato una sfida del genere al terzo anno tra gli Under 23. Sono andato avanti perché quella fiamma è ancora accesa».
Hai preso comunque in considerazione un piano B?
«Sì, sono iscritto a scienze motorie e sto seguendo dei corsi sulla nutrizione. Inoltre ho cominciato un’attività da preparatore atletico, seguo vari ragazzi».

Sei anche il preparatore di te stesso?
«Me lo chiedono in tanti, ma la risposta è no: ho sempre pensato che un occhio esterno sia necessario, per cogliere eventuali errori ed evitare di entrare in un circolo vizioso. Da due anni, quindi, lavoro con Paolo Rossini, il preparatore che mi seguiva quando correvo con gli juniores alla Aspiratori Otelli. Devo ringraziare tanto anche lui, mi trovo davvero bene».
Su cosa hai lavorato in particolare?
«Sulla salita. Da junior ero velocista ma di gare piatte non ce ne sono più, quindi la priorità è migliorare sui miei punti deboli. Non sarò mai un corridore capace di staccare gli altri in salita ma, se riesco a tenere sugli strappi, poi posso giocarmi la vittoria allo sprint».
Per concludere, c’è un corridore a cui ti ispiri?
«Quando ero piccolo il mio idolo era Nibali, mentre tra quelli di oggi mi piacciono tanto Evenepoel e Van der Poel, soprattutto per il loro carisma».







