
Com’era prevedibile in seguito all’acquisizione da parte di Lidl delle quote di maggioranza della Lidl-Trek, e alla conseguente dichiarazione d’intenti nella quale veniva ribadita l’intenzione di voler diventare la formazione di vertice del ciclismo mondiale, nei giorni scorsi la realtà tedesca ha lanciato un ulteriore organico, quello degli junior: il quarto dopo quello professionistico maschile, elite femminile e Under 23 maschile. Avvalendosi dell’esperienza della squadra regionale del Baden-Württemberg, tra gli intenti del progetto non c’è soltanto quello di trovare i talenti del futuro, ma di seguirne ogni aspetto della crescita atletica e di accompagnarli nel corso della carriera scolastica. Un impegno a tutto tondo che almeno in questa prima stagione coinvolgerà tredici corridori: dieci tedeschi e tre “stranieri”, i quali parteciperanno soltanto ad alcuni appuntamenti. Saranno supportati dalla maggior parte delle aziende che già sostengono le formazioni principali e cinque di loro debutteranno al Tour du Bocage et de l’Ernée 53, brevissima corsa a tappe francese in programma il prossimo fine settimana.
Il colosso tedesco non è il primo ad avventurarsi tra gli junior. L’attuale Decathlon si era mossa un decennio fa, l’Auto Eder (dalla quale sono passati Finn e Capello) è nella categoria da addirittura venti. Più recenti, invece, gli impegni della Groupama-Fdj e della Soudal Quick-Step. Senza dimenticare il forte legame che lega la Cannibal alla Bahrain-Victorious e quello finalizzato nell’inverno che ha visto Nsn e Tiepolo unire le forze.
Come ha spiegato Josu Larrazabal, il responsabile delle prestazioni e dell’attività di scouting della Lidl-Trek, l’obiettivo principale rimane quello di individuare il talento prima degli altri e di proporgli, una volta agganciato, un percorso chiaro e condiviso che tenga conto delle peculiarità di ognuno. Peculiarità di cui ci si accorge, come lo stesso tecnico spagnolo ha sottolineato, seguendo l’atleta giorno dopo giorno, in allenamento e in gara, finanche in quella vita quotidiana che nulla ha a che vedere con il ciclismo. Un linguaggio che non siamo abituati ad associare al mondo delle development, bensì a quello delle squadre nazionali e regionali, che non hanno mai mancato d’esibire come fiore all’occhiello proprio l’attenzione alla sfera umana, a loro dire totalmente trascurata dai vivai, visti alla stregua di tritacarne spersonalizzanti.
Quello che sembra via via più evidente e inevitabile, è che difficilmente il ciclismo tornerà indietro da certi investimenti e da certe strutture. L’ultimo lustro ci suggerisce che no, i vivai sono tutto fuorché una moda passeggera, come continuano ad augurarsi alcuni addetti ai lavori comprensibilmente demoralizzati poiché schiacciati nel confronto diretto con certe superpotenze. I prossimi adolescenti promettenti saranno già cresciuti in un vivaio, e se così non fosse verranno ingaggiati in tempi brevissimi. Chi può permetterselo, ha a disposizione degli strumenti e delle possibilità inaccessibili a chi milita, invece, in formazioni più piccole e meno ricche. E dal canto loro le grandi realtà, mirando all’eccellenza, non hanno tempo per preoccuparsi dell’impoverimento delle varie attività nazionali e della concentrazione del talento in quattro o cinque formazioni. Continuano per la loro strada, investendo a più non posso anche dove pareva impossibile fino a qualche anno fa, e attingendo dalle fonti più fresche e trasparenti. È naturale che vogliano estendere ulteriormente i loro tentacoli nella speranza di vincere la corsa all’oro, e non sarà certo un investimento di un paio di milioni a mandare in bancarotta squadre (aziende) dalle dimensioni ormai gigantesche: decine se non centinaia di dipendenti e un budget complessivo che in alcuni casi è superiore ai cinquanta milioni di euro.















