
Una continental italiana che volesse proporre un calendario di alto profilo ai propri corridori, avrebbe un ampio bacino di gare dal quale attingere. Soffermandosi soltanto su quelle a tappe, ad appuntamenti ormai tradizionali come Coppi e Bartali, Giro Next Gen, Giro della Valle d’Aosta, Giro del Friuli e Giro del Veneto, si sono aggiunte nuove corse come il Giro della Magna Grecia, la Lione-Torino e il Giro della Sardegna, vernissage stagionale che la scorsa settimana ha inaugurato la Coppa Italia delle Regioni. Complice anche il patto con la Lega del presidente Pella che prevede un alleggerimento delle spese dal punto di vista alberghiero, le continental al via della gara sarda non mancavano: c’erano la Beltrami, la Biesse, la Campana Imballaggi, la General Store, la Gragnano, la Mg.K Vis, la Padovani e la Technipes. Assenti, invece, Solme-Olmo, Swatt Club, Trevigiani, Vega e il vivaio della Solution Tech, tuttavia presente con la prima squadra.
La General Store è la continental italiana che si è comportata meglio: De Cassan ha chiuso quinto nella tappa più dura e settimo nella generale, Bortoluzzi decimo nella seconda frazione e Arrighetti nono nella quinta. La Technipes ha raccolto un decimo e un ottavo posto in volata con Menghini, rispettivamente nella terza e nell’ultima tappa. Sempre nella terza frazione, la Padovani ha gioito per il quinto posto di Lorello e il settimo di Ursella. Per il resto nient’altro, non essendo la Ukyo italiana ma giapponese e quindi non potendo prendere in considerazione le buone prove offerte da Dati, Iacomoni e soprattuto Garibbo.

Il livello non era particolarmente elevato: al via c’erano sei Professional (Bardiani, Polti, Mbh Bank, Kern Pharma, Solution Tech e Novo Nordisk) e due World Tour, la Soudal del vincitore Zana e la Xds Astana, che tuttavia come corridore davvero esperto ha schierato soltanto Conci.
Nemmeno il percorso era proibitivo: la tappa più lunga è stata la prima, di quasi centonovanta chilometri, mentre la più corta era la seconda e ne misurava centotrentasei; la quarta frazione era la più impegnativa, ma tre su cinque sono terminate allo sprint. Che il tracciato fosse tutt’altro che spietato, lo testimoniano i pochi ritiri: appena quindici, dieci dei quali maturati nel corso della frazione regina.
Un certo scetticismo serpeggiava tra i direttori sportivi già alla San Geo e alla Firenze-Empoli. In molti si chiedevano se avesse davvero senso partecipare ad una corsa dove, fermo restando il livello non eccezionale, i due favoriti erano Zana e Garofoli, rispettivamente un ex campione italiano reduce dall’ottavo posto al Tour Down Under e il nono classificato degli ultimi europei, entrambi reduci da una fetta d’inverno trascorsa in Spagna ad allenarsi come si deve; mentre la maggior parte degli atleti delle continental aveva nelle gambe un paio di giorni di gara, magari senza acuti.

Nella seconda tappa, come detto la più breve, l’organizzazione ha dovuto estendere le tagliole del tempo massimo dal dieci all’undici per cento, altrimenti gli ultimi cinquantotto classificati avrebbero dovuto salutare la corsa. Quel giorno, dopo tre ore di corsa, ha vinto in volata Donati, ventuno anni da compiere il prossimo 8 aprile.
Che una continental voglia misurarsi tra i professionisti è giusto, anzi sacrosanto, e non la si può colpevolizzare per non esserne all’altezza. Avrebbe più senso discutere, semmai, sui motivi che convincono una società ad allestire una continental quando invece sarebbe più onesto limitarsi ad una squadra di club. È un discorso già fatto ma che inevitabilmente è destinato a ritornare ancora e ancora, finché ci sarà qualcuno convinto che per migliorare basti correre contro i professionisti e che prendere venti minuti al giorno al Giro di Sardegna sia utile a qualcosa.











