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Un ciclismo su misura dei vivai professionistici

Il movimento Under 23 internazionale ruota intorno alle development, che vincendo la maggior parte delle gare di primo piano costringono l'UCI ad adattarsi alla loro legge. In foto, Jakob Omrzel festeggia la vittoria del Giro Next Gen insieme ai suoi compagni del vivaio della Bahrain-Victorious (foto: LaPresse)
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Con una decisione che era nell’aria già da un paio d’anni, l’organizzazione del Tour de l’Avenir ha annunciato che da quest’anno anche i team potranno partecipare alla storica corsa a tappe francese riservata agli Under 23. Non più soltanto le nazionali, dunque, secondo la formula adottata a partire dal 2007. Dieci vivai professionistici hanno già confermato la loro presenza: quelli di Bahrain, Picnic, Ef, Ineos, Lidl-Trek, Red Bull, Soudal, Tudor, Visma e Uae.

Dopo tanto insistere, e a fronte di investimenti massici e di un’attività di prim’ordine, le development hanno ottenuto anche questo diritto. A-Velo, la società organizzatrice dell’Avenir, non ha più potuto non coinvolgere quelle realtà che hanno stravolto (forse per sempre) l’attività giovanile internazionale; ingolosita, diciamolo, anche dalla possibilità di avere al via formazioni sponsorizzate da autentici colossi del mercato mondiale.

È bene ribadire una volta di più che i vivai professionistici non hanno nessuna colpa. Essere ricchi, organizzati, competenti e affascinanti non può essere considerata una colpa. Così come non è giusto colpevolizzarli per la loro supposta spietatezza: non è realistico chiedere loro di prendere i corridori per mano come se fossero dei bambini insegnandogli i rudimenti del mestiere. Chi accetta l’offerta di una development deve sapere a cosa va incontro e si presume che, almeno dal punto di vista atletico, disponga dei mezzi per poter fronteggiare tale sfida. Fermo restando che un diciannovenne può aver ancora molto da imparare, il ruolo di insegnante vero e proprio spetta semmai al direttore sportivo delle categorie inferiori oppure delle squadre di club, alle prese con atleti sulla carta più acerbi. Dagli atleti dei vivai è giusto esigere, ovviamente nei limiti suggeriti dalla ragionevolezza, un rendimento dignitoso e costante.

Il fastidio con cui spesso vengono tirate in ballo le development non è imputabile a qualche loro colpa, quanto al terreno che erodono intorno alle continental e alle squadre di club. È logico dedurre che al prossimo Giro Next Gen un paio di realtà italiane rischiano di dover cedere il passo agli ultimi due vivai che hanno visto la luce, quello della Ineos e quello della Movistar. Come convincere tante piccole squadre del tessuto nazionale a proseguire l’attività non tanto per cercare la gloria, quanto per valorizzare il più possibile quegli atleti di seconda o terza fascia?

Tornando alla decisione del Tour de l’Avenir, a non convincere è la scelta di continuare comunque a contemplare anche le nazionali. A questo punto quali saranno quelle disposte a partecipare, considerando che i migliori rappresentanti delle nazioni di punta saranno già al via con le rispettive formazioni? In alcuni casi si rischierebbero degli spiacevoli conflitti d’interesse: come si comporterebbero, ad esempio, due connazionali costretti dagli eventi a giocarsi la vittoria nel caso in cui uno vestisse la maglia della nazionale e un altro quella del team d’appartenenza? Un conto è allestire una selezione che abbia come finalità quella di far accumulare esperienza a chi ne fa parte, un altro conto è mettere insieme una nazionale che possa, in qualche modo, indirizzare l’andamento della gara, anche a favore o contro i connazionali presenti nei vivai.