
Bahrain Victorious Development Team, Development Team Picnic PostNL, Ef Education Aevolo, Ineos Grenadiers Racing Academy, Lidl-Trek Future Racing, Red Bull-Bora-Hansgrohe Rookies, Soudal Quick-Step Devo Team, Tudor Pro Cycling Team U23, Visma Lease a Bike Development Team, Uae Team Emirates Gen-Z: sono questi i dieci vivai che la prossima estate, dal 19 al 27 agosto, prenderanno parte al Tour de l’Avenir, corsa a tappe che dal 2007 era appannaggio delle nazionali. Dopo la decisione di escludere i giovani professionisti dai mondiali e dagli europei riservati agli Under 23, e dopo aver interrotto la Nations’ Cup di categoria per dare maggiore impulso a quella degli juniores, l’anticamera del professionismo deve fronteggiare un altro cambiamento.
«Che la direzione fosse quella lo si era già intuito l’anno scorso – riflette Marino Amadori, commissario tecnico della nazionale italiana degli Under 23 – Le development spingevano per poter partecipare in prima persona e all’organizzazione, evidentemente, non pare il vero di poter contare sulla presenza di squadre e di sponsor che si chiamano Uae, Visma, Red Bull e via discorrendo. È un’altra novità a cui, che ci piaccia o meno, dobbiamo adattarci».
Marino, cosa cambia all’atto pratico?
«Dal punto di vista dello spettacolo direi niente, al via dell’Avenir ci saranno ancora i migliori Under 23 del mondo. Comunque le nazionali possono continuare a partecipare, non correranno solo quei dieci vivai. Certo, si tratta di una rivoluzione: da vent’anni eravamo abituati diversamente. Allo stesso tempo, però, non bisogna stupirsi dello spazio che viene concesso alle development: sono formazioni ricche, organizzate e oggettivamente affascinanti».

La nazionale italiana parteciperà, considerando che verosimilmente i suoi migliori interpreti saranno già al via con le rispettive squadre?
«Stiamo facendo le nostre valutazioni e non abbiamo ancora preso una decisione definitiva. Affrontare il Tour de l’Avenir è emozionante e istruttivo, da tecnico del ciclismo giovanile vorrei che ogni Under 23 italiano avesse l’opportunità di provarlo a correre, ma poi bisogna tornare alla realtà: per la storia che ha e per il blasone della manifestazione, la nazionale italiana non può permettersi di partecipare ad una gara così impegnativa senza un organico all’altezza».
Con l’interruzione della Nations’ Cup, sarà più complicato tornare a disputare anche l’Orlen Nations Grand Prix e la Corsa della Pace.
«È vero, ma vale lo stesso discorso fatto per l’Avenir: se l’Italia dovesse manifestare l’intenzione di partecipare, non credo che l’organizzazione la rifiuterebbe. Ho già avuto modo di confrontarmi sia con Amadio, cittì della nazionale maggiore, che con Viviani, team manager della strada e della pista, e loro sono d’accordo con me: non possiamo rimanere spettatori passivi, dobbiamo fare quello che si può per garantire un’attività internazionale anche a quegli atleti che non militano nei vivai».
In che modo?
«Magari ipotizzando di partecipare al Giro Next Gen o al Valle d’Aosta con una selezione azzurra. Forse avremo la possibilità di allestire un organico misto di professionisti e Under 23 per il Tour of the Alps. Immagino soluzioni simili, fermo restando che non abbiamo ancora imboccato una strada precisa. Senza dimenticare che il movimento italiano può contare su tredici continental, compreso il neonato vivaio della Solution Tech. Alcune portano avanti da anni un’attività di alto profilo; spero che le altre possano trovare giovamento dall’ospitalità che la Lega ha garantito loro per quanto riguarda le gare del loro circuito».

Intanto, nelle development professionistiche, si registrano ben quarantuno italiani. Mai così tanti, ma l’attività quotidiana nazionale rischia di risentirne.
«Sono felice per tutti quei ragazzi ingaggiati dai vivai: vuol dire che hanno dimostrato di avere i mezzi per attirare l’attenzione delle migliori realtà giovanili del mondo. Ma io vado per i sessantanove anni, mi sono formato alla scuola di Alfredo Martini che metteva al centro il gruppo e l’armonia del movimento italiano. Con questo voglio dire che mentre celebriamo i nostri Under 23 più promettenti all’estero, non dobbiamo dimenticarci di chi corre in Italia. Penso a ragazzi come Lorello, Menghini, Arrighetti, Volpato, Fantini: la nazionale italiana deve impegnare tutte le energie che ha per aiutarli come può, portandoli a correre in giro per il mondo contro i loro coetanei».
Ma una buona parte delle squadre di club rischia di cessare l’attività: per certe realtà è diventato impossibile ingaggiare atleti di prima o di seconda fascia, e le soddisfazioni sono sempre più magre.
«Ne sono consapevole. Penso anche agli organizzatori, un’altra categoria da difendere e da tutelare. Io rimango dell’idea che il calendario dilettantistico italiano non abbia eguali al mondo, e che tra appuntamenti internazionali, nazionali e regionali offra ad ogni formazione, anche alle più piccole e alle meno attrezzate, la possibilità di stendere un calendario più che dignitoso e di togliersi anche qualche soddisfazione. Investire per vincere è diventato complicato e oneroso, ma si può fare comunque un buon lavoro accettando di valorizzare corridori acerbi o meno dotati. Il dilettantismo italiano non può ridursi a quei quaranta corridori sparsi nei vivai professionistici».









