
«A dicembre ero già a pedalare in Spagna, a Calpe – racconta Emanuele Ansaloni – Ci sono rimasto otto giorni. Ormai saranno cinque o sei anni che ci vado. Il clima è ideale e le strade, vallonate, sono quello che ci vuole d’inverno per accumulare chilometri e chilometri. Torno laggiù domani con i miei compagni di squadra della Technipes e ci rimarrò fino al 16. Poi devo necessariamente rientrare in Italia per sostenere l’esame da direttore sportivo di primo livello, dopodiché raggiungerò nuovamente i miei compagni dal 28 gennaio al 9 febbraio. A quel punto, il debutto stagionale sarà ormai imminente».
Emanuele, a metà settembre parlavi di un accordo con una continental straniera, la Karcag. Poi cos’è successo?
«Nessun segreto: la squadra ha cessato l’attività nella prima metà di dicembre. Per motivi finanziari, come hanno spiegato. Peccato, perché quello ungherese era un bel progetto e io ormai ne facevo parte. L’ho saputo mentre ero a Verona con un’altra persona per rilassarmi e godermi i mercatini natalizi. Mi hanno chiamato e mi hanno informato, e non nascondo che lì per lì mi è mancata la terra sotto ai piedi. I giorni successivi li ho passati più al telefono che in bicicletta».
E alla fine fai di nuovo parte della Technipes, nella quale avevi già militato dal 2019 al 2024.
«Sono contento di poter dire di essere tornato a casa. La maggior parte delle formazioni che ho contattato mi ha risposto nella stessa maniera: sei un buon corridore, un atleta serio ed esperto, ma non abbiamo posti liberi. Comprensibilmente, perché era dicembre inoltrato. Quindi ho bussato alla porta di casa e fortunatamente la Technipes mi ha aperto. Ci siamo venuti incontro e abbiamo trovato un accordo, e di questo gliene sono grato. Ho trovato lo stesso ambiente lasciato poco più di un anno fa: caldo, vivace e scanzonato, perché in Romagna si usa così, e allo stesso tempo professionale e desideroso di rivalsa».
La scorsa annata non è stata ricca di successi né per te né per loro.
«Ne siamo consapevoli, e infatti abbiamo la bava alla bocca e non vediamo l’ora di ricominciare. Essendomi aggiunto soltanto qualche settimana fa non abbiamo ancora discusso del calendario, ma verosimilmente debutterò in Italia a metà febbraio. L’organico è valido: oltre a me ci sono atleti come Anastasia, Bambagioni, Cattani, Menghini. E comunque credo che la squadra, svecchiando l’organico, avesse già messo in conto di dover affrontare una stagione di transizione. Niente di allarmante: i giovani hanno un anno in più e intanto sono stati ingaggiati atleti in grado di vincere. Sono ottimista».
Hai mai temuto di smettere?
«No, mai. Sono sempre rimasto concentrato e attaccato a questo mondo, le motivazioni non mi mancano e la passione è ancora grande. Anche nei momenti di maggior incertezza ho sempre creduto di poter trovare un posto. Non potevo smettere così, all’improvviso e a metà dicembre. L’anno scorso non sono stato all’altezza delle mie aspettative e sento il bisogno di riscattarmi, altrimenti non sarei andato a pedalare in Spagna già prima di Natale».
Nella scorsa stagione hai vestito la maglia del Team Bike Sicilia, ingranando soltanto con l’arrivo dell’estate e raccogliendo un secondo posto nella Targa Crocifisso e due terzi alla Coppa Bologna e alla Coppa Messapica. Hai qualche rimpianto?
«Avendo smesso di pedalare durante l’inverno, mi sono ritrovato a dover smaltire una decina di chili di troppo. Ho faticato e ci è voluto del tempo, ma piano piano sono tornato ad avvertire delle buone sensazioni. Dovevo e volevo vincere, purtroppo non ci sono riuscito pur avendo qualche possibilità, e di ciò me ne assumo la piena responsabilità. Avrei corso volentieri finché il calendario lo permetteva, una vittoria sarebbe potuta arrivare, ma ho dovuto prendere atto della decisione della squadra di non correre ad ottobre. Ringrazio Tiralongo e la società per la fiducia e per la pazienza, ma ho capito una volta di più che per ambire al professionismo è quasi imprescindibile la permanenza in una continental».
Spiegati meglio.
«Non voglio dire che far parte di una squadra di club sia inutile ai fini del professionismo: Manenti e Regnanti, infatti, hanno strappato un contratto nella massima categoria pur militando nella Hopplà, dimostrando pienamente il loro valore. Tuttavia, io ho sempre avuto bisogno di tante gare lunghe e dure per entrare a regime e per mettermi in evidenza, mentre invece correndo nelle formazioni di club bisogna accontentarsi di quel che passa il calendario dilettantistico in termini di qualità e di frequenza. È un dato di fatto che le chance di passare professionisti aumentino se ci si unisce ad una development o ad una continental, come nel mio caso».
L’11 febbraio compirai ventisei anni: ti è capitato di venir rifiutato per via dell’età?
«Non mi è stato detto a chiare parole, ma talvolta l’ho intuito dalla piega che il discorso aveva preso. Di non essere un fuoriclasse l’ho capito diverso tempo fa, altrimenti un ingaggio tra i professionisti già lo avrei. Elite, lo dice la parola stessa, è un corridore non più Under 23 e non ancora professionista che per svariati motivi deve completare la sua formazione. Io so di dover lottare e dimostrare più degli altri, lo comprendo e lo accetto. A stupirmi, invece, è stata la scarsa considerazione di cui godono gli elite nel movimento italiano. Che di Ansaloni nel professionismo ce ne siano già parecchi mi sta bene, d’altronde il livello è talmente alto. Essere respinto da tante continental e squadre di club per via dell’età, invece, mi ha colpito: non perché io sia un fenomeno, ma perché i miei risultati bene o male li ho sempre raccolti e perché gli elite, nella categoria italiana, sono quelli che portano le vittorie e insegnano il mestiere ai più giovani».
Sarà la tua ultima stagione?
«Non ne ho la più pallida idea e non m’interessa. Correrò finché la passione e la motivazione mi assisteranno. Ho capito che vivendo un giorno alla volta sono più sereno e più lucido, ragion per cui continuerò su questa strada».













