A distanza di decenni, Djamolidine Abdoujaparov, 61 anni, ripercorre la sua carriera in un’intervista alla Gazzetta dello Sport, tra ricordi, piccole rivendicazioni e un’analisi senza sconti sul ciclismo moderno.
Campione della classifica a punti in tutti e tre i Grandi Giri – un’impresa rarissima – con 9 tappe al Tour, 7 alla Vuelta e 1 al Giro, l’uzbeko difende il suo stile spericolato: «Se mi hanno chiamato Terrore di Tashkent, evidentemente lo pensavano. Ma non ho mai fatto cadere nessuno per colpa mia. Non sono mai stato scorretto».
Riguardo alla celeberrima e spettacolare caduta nell’ultima tappa del Tour de France 1991 sugli Champs-Élysées, spesso attribuita a una lattina di Coca-Cola, Abdoujaparov svela la sua versione: «Si sono dette e scritte tante cose sbagliate. Nel giro precedente avevano lasciato aperta la transenna del passaggio, spostata di un metro per far entrare le auto. L’ho presa in pieno. La lattina non c’entra niente. Riguardatela bene».
Il confronto con il presente è netto. Per “Abdou”, nel ciclismo odierno non esiste uno sprintista paragonabile a lui: «Un velocista come me adesso non lo vedo proprio. Facevo tutto da me. Anche Cipollini, all’epoca, aveva il treno. Io, mai. Ero uno che si arrangiava da solo».
Cambiati sono anche gli stipendi: «Ora basta vincere una tappa al Tour e ti possono dare un ingaggio di un milione… Ciao. Soldi da me mai visti». Infine, una nota amara sulla fine della carriera nel 1997, con la Lotto, segnata da una squalifica per doping che ancora contesta: «Un massaggiatore mi diede un prodotto che presi senza pensarci. Risultai positivo, ma la squadra lo seppe un giorno prima dell’ufficialità. Strano».









