
Con le dovute proporzioni, Riccardo Del Cucina non va molto distante dal vero quando dice di aver sempre tifato Sagan perché in lui si rivedeva: atleticamente, come corridore potente e resistente allo stesso tempo, e caratterialmente, per simpatia e loquacità. La parlantina di Del Cucina, diciottenne di Loro Ciuffenna, in provincia di Arezzo, è sciolta e non ha bisogno di essere incalzato per parlare di ciclismo, il filo conduttore della sua quotidianità.
«È una passione di famiglia, anche se nessuno degli adulti ha mai pedalato. Io pedalo da quando ho quattro anni e non ho mai fatto nient’altro. Del ciclismo mi piace tutto perché è la mia passione più grande: se a tavola devo riguardarmi dal mangiare certi piatti, non mi pesa; se devo trascorrere un lungo periodo in ritiro, non mi preoccupo perché mi piace viaggiare e perché fa parte del mio lavoro. Lo scorso inverno, ad esempio, ho trascorso due mesi e mezzo in Spagna: non da solo, perché ero ancora minorenne e non avendo la patente avevo bisogno di un adulto vicino. Non escludo di ripetere l’esperienza: i posti sono belli, il meteo è eccellente e ci si può concentrare quasi esclusivamente sulla preparazione».
Ma non è troppo per un ragazzo di diciott’anni?
«A volte ci penso anch’io. Per quanto mi riguarda, tuttavia, in bicicletta mi sembra di non aver mai esagerato. Ho una passione enorme e la mia famiglia, che ringrazio, mi ha sempre dato fiducia e messo nelle migliori condizioni possibili per inseguire ed esaudire il mio sogno. Ad esempio frequento un istituto telematico, così da poter gestire diversamente il mio tempo. Ma non mi ha regalato niente nessuno, è uno scientifico sportivo e nel triennio ho dovuto darmi da fare. Sono all’ultimo anno e dopo la maturità vorrei dedicarmi al ciclismo almeno per un anno intero. Tornando alla tua domanda, io però non ho mai avuto particolare fretta».
Fino a oggi, quante ore a settimana ti sei allenato?
«Al massimo ventuno, se non ricordo male. Mediamente, direi tra le sedici e le diciotto. Entrando negli Under 23 è naturale che le ore, i carichi e le distanze aumentino, ma se ho accettato l’offerta della Padovani è proprio perché ho avuto modo di conoscere un ambiente e un gruppo che la pensa come me, ambizioso e contemporaneamente ragionevole, che vuole puntare in alto ma senza forzare le naturali tempistiche di crescita. Credo di aver definitivamente convinto Petacchi nei giorni del Giro della Lunigiana, gara che ho chiuso al decimo posto della generale con un terzo nella prima tappa».
A quel punto avevi già conquistato le tue due vittorie stagionali, la Coppa Primo Maggio e l’ultima frazione del Giro della Valdera. Risultati che avevano attirato l’attenzione del vivaio della Tudor, di cui hai fatto parte per alcuni giorni in estate.
«Ho trascorso con loro in Svizzera una decina di giorni a luglio. Nonostante la pioggia e il freddo, è stata una settimana comunque positiva. Mi ha fatto piacere registrare il loro interesse nei miei confronti, mi hanno definito completo e versatile, e in quei giorni mi hanno responsabilizzato per conoscermi meglio e capire come mi comportassi. Vivere dall’interno, seppur per pochi giorni, il mondo degli Under 23 mi è servito per raccogliere informazioni sulla stagione che verrà».
C’era la possibilità di entrare nel loro organico?
«Probabilmente sì, ma dopo aver fatto le mie valutazioni ho preferito imboccare un’altra strada e rimanere in Italia. Credo che non mi mancasse niente per tentare un’esperienza all’estero, tutto sommato mi sentivo pronto, ma tra me e la Tudor, che ringrazio per la possibilità e che reputo una realtà all’avanguardia, non è scoccata la scintila necessaria per lavorare bene insieme. Senza dimenticare che io, per quanto talentuoso possa essere, sono cresciuto piano piano, con il passare del tempo, riuscendo sì a vincere in ogni categoria ma non diventandone mai il dominatore. Quello che mi ha sempre contraddistinto è la costanza».
Ciclisticamente parlando come ti definiresti?
«Fino a qualche anno fa, principalmente potente e veloce. Sono due caratteristiche che mi descrivono tutt’oggi, ma avendo perso cinque o sei chili mi sono scoperto abile anche su percorsi più impegnativi. Sono alto 1,75 e durante la stagione il peso si attesta sui sessantacinque chili. Grazie al ciclocross ho imparato a guidare bene la bicicletta e uno dei sogni nel cassetto sarebbe quello di partecipare alla Strade Bianche. A volte, quando mi spingo nel senese, mi capita di affrontare qualche tratto sterrato della corsa. Il più vicino a casa mia è Le Tolfe, ma farlo in allenamento è un conto e in gara è un altro».
Con quali propositi entri tra gli Under 23?
«Di continuare a crescere, di amalgamarmi con il resto della squadra e di ottenere già alcuni buoni risultati, tra piazzamenti e vittorie. Tra l’altro, dalle mie parti le corse non mancano: la gara di Loro Ciuffenna, la Coppa Penna, la Ruota d’Oro; un po’ più su, nel Valdarno, ne organizzano altre ancora. Ho la fortuna di vivere in un territorio in cui il ciclismo è ancora uno sport sentito e apprezzato».













