Tour de France, Roglic che può andare sul podio ma non gli importa

Roglic nella cronoscalata di Peyragudes al Tour de France 2025 (A.S.O./Billy Ceusters)
Tempo di lettura: 3 minuti

Finora, al Tour de France, ha fatto parlare di sé più per le sue scelte estetiche (i calzini) che per le sue prestazioni. Primoz Roglic ha corso in sordina la prima settimana e solo verso la fine della seconda è riuscito a impressionare, con una cronoscalata degna del suo nome. “Rogla legenda” può ancora essere una sorpresa?

La risposta è: può darsi. Il bello di questo Tour è che nulla è già scritto, nonostante la forma straripante del solito Tadej Pogacar. Jonas Vingegaard fa sognare, Remco Evenepoel si è ritirato, e la battaglia per il terzo posto è apertissima. Qui va a inserirsi il nostro eroe, che non avrà le gambe all’altezza del suo connazionale sloveno, ma è comunque una mina vagante all’interno del gruppo. Ha raggiunto una maturità tale per cui, se confrontiamo il Primoz di qualche anno fa con il Primoz di oggi, sembra quasi di avere di fronte un’altra persona. E, di conseguenza, anche un altro corridore.

Una costante nelle sue interviste è rimasta: “uh?”, l’interiezione che gli scappa sempre, alla fine delle sue frasi. «I don’t care, uh?» ha detto al microfono di un giornalista alla prima tappa. La domanda era: «Ti immagini ancora in giallo sul primo gradino del podio a Parigi?». Non gli interessa. Gli altri non ci dormono la notte, per quel colore lì. Lui no. Non è più il campione che si lecca le ferite dopo il Tour perso nel 2020, niente rimpianti. Pedala con la consapevolezza di non avere più niente da dimostrare a nessuno. E ci sta, se hai vinto quattro volte la Vuelta di Spagna, un Giro d’Italia, una Liegi e un oro olimpico a cronometro. La crono, quella specialità che da incubo si è trasformata in prova di forza, ai Giochi di Tokyo ma anche il 18 luglio 2025, a Peyragudes. 

«Dico sempre di voler vincere, ma questa volta i distacchi per me non contano. Sto provando a dare il massimo ogni giorno, e vedremo dove mi porterà». Alla vigilia dei 36 anni, un po’ di sano spietato pragmatismo è comprensibile – lo sa bene anche Geraint Thomas – ma Rogla va oltre il pragmatismo: è proprio genuinamente spensierato. «Roglic mi ha detto due volte che non gliene importa nulla, ed è assolutamente vero» rivela uno sconvolto Luke Plapp al podcast “Stanley St. Social”. «Quando me lo ha detto, ho chiesto a Laurence Pithie se fosse uno scherzo. Non lo pagano 4,5 milioni all’anno per dire ai media che non gliene frega niente, no? Ma a lui davvero non importa; non gli interessa. Quando Jonas o Pogi attaccano, non reagisce: continua a fare il suo».

«Fa caldo, no? Lavoro sull’abbronzatura» dice al giornalista di Eurosport che gli chiede conto dei fantasmini indossati alla dodicesima tappa, invece dei consueti calzini lunghi. Tutti (o quasi) sul web lo hanno deriso: ormai la moda nel ciclismo ha diktat più tassativi che nel Diavolo veste Prada. Ma a Primoz, ça va sans dire, non interessa. Con oltre 90 vittorie in carriera alle spalle, il capitano della Red Bull-Bora-Hansgrohe può dirsi soddisfatto, ed è bello vederlo così in pace con sé stesso e con il ciclismo. Più rilassato e scherzoso davanti ai microfoni, con una pedalata all’insegna del c’est la vie. Chi ha visto l’ultima stagione della serie Netflix sulla Grande Boucle se n’era già accorto: dopo la caduta in discesa, le battute con i compagni sul bus; dopo il triste ritiro dalla corsa, i sorrisi in famiglia.

Perché Primoz Roglic ha ben chiare le priorità nella sua vita e, a giudicare dalla fame agonistica con cui ha divorato il traguardo della cronoscalata, non è detto che il Tour non sia più tra queste.