
A trentadue anni, e quasi dall’oggi al domani, Stefano Roncalli si è trovato ad affrontare un’ardua sfida: guidare la Hopplà, una delle storiche formazioni del movimento dilettantistico italiano, nelle settimane immediatamente successive alla notizia che la squadra non avrebbe chiuso, come invece sembrava in un primissimo momento. In un certo senso, pur trovandosi al polo opposto per età e temperamento, doveva anche raccogliere la pesante eredità di Matteo Provini.
«Di chi c’era prima di me e di cos’è successo all’ambiente tra novembre e dicembre, preferisco non dire niente perché non spetta a me farlo e perché ormai si parla del passato – puntualizza Roncalli, che manterrà un tono pacato e allo stesso tempo deciso per tutto il resto dell’intervista, una maturità da veterano – Quel che posso dire, invece, è che bisogna ringraziare Leonardo Gigli e Claudio Lastrucci se i miei ragazzi hanno avuto ancora l’opportunità di correre. Io ho trovato un ambiente motivato e ambizioso, pronto a vendere cara la pelle in qualsiasi contesto».
I risultati, per ora, vi danno ragione: sette vittorie (l’ultima con Manenti alla Coppa Penna) e alcuni piazzamenti di pregio, come il secondo posto a Montecassiano e il terzo al Liberazione.
«Per adesso, come giustamente hai sottolineato, siamo la miglior non continental d’Italia e una delle squadre nostrane più in forma. Che l’organico fosse valido e affamato, lo avevo capito fin dal primo momento. Certo, vincere sei corse in due mesi e sfoggiare determinate prestazioni è un altro discorso. Immaginavo che saremmo partiti col piede giusto, ma probabilmente non credevo che avremmo raccolto così tanto».
Bruno al Castello di Albola e a San Gimignano, Lorello a La Torre e a Mercatale, e Manenti a Ponte a Egola, a Loreto e ancora il primo maggio: quale vittoria ti è rimasta maggiormente impressa?
«Tutte nella stessa maniera, perché soltanto io e i ragazzi sappiamo quanta fatica e quanti sacrifici ci sono dietro ogni vittoria, anche a quella apparentemente più facile. Bruno, essendo uno scalatore, ha sfruttato al meglio due traguardi impegnativi. Anche Lorello è migliorato molto in salita, ma la qualità che lo rende un vincente secondo me è lo spunto veloce con cui può regolare gli avversari negli arrivi a ranghi ristretti. Manenti è un combattente, il più esperto insieme a Regnanti, ormai l’unico che manca all’appello: ma penso che il successo sia vicino anche per lui».
Nessun rimpianto?
«Mi viene in mente soltanto il Piva, con la foratura di Bruno in un momento cruciale. Turconi sarebbe stato comunque imbattibile, ma un buon piazzamento era alla sua portata. Per il resto, non ho niente da rimproverare ai corridori. Hanno sempre dato il massimo: ora portando a termine il loro compito, ora mettendosi in proprio per inseguire la vittoria. Quando abbiamo perso, com’è successo a Bruno a Montecassiano contro Cirlincione, è perché abbiamo incontrato degli avversari più forti di noi».
Ad ogni modo, al Piva avete avuto l’opportunità di misurarvi con rivali di caratura internazionale. Cosa ne avete tratto?
«Il livello era certamente più alto, impossibile non accorgersene. Più che con le realtà italiane, secondo me la differenza si nota maggiormente con i vivai stranieri. Non è una novità: ingaggiano i migliori corridori su piazza, li assistono con mezzi e materiali all’avanguardia, e infine li fanno crescere buttandoli nella mischia nelle gare a tappe. Non c’è da stupirsi se raccolgono certi risultati. È normale provare delusione dopo certi confronti, è comprensibile: ma poi l’amarezza deve lasciare spazio alla consapevolezza, all’analisi, alla critica. Si cresce soltanto lottando contro i più bravi, e non è avvilendosi che s’impara qualcosa. Già non ricommettere gli stessi errori, secondo me, è una conquista».

Le sette vittorie sono maturate in altrettante corse regionali: cosa rispondi a chi sostiene che ormai queste gare hanno fatto il loro tempo?
«Ognuno la pensi come vuole, io e noi della Hopplà abbiamo sfruttato e continueremo a sfruttare le corse regionali per provare nuove tattiche e per costruire quella fiducia nelle proprie qualità indispensabile, poi, negli appuntamenti nazionali e internazionali. Se Bruno e Lorello hanno chiuso terzo e settimo al Liberazione, ad esempio, è grazie al lavoro paziente e magari poco appariscente svolto nelle gare di secondo o terzo piano. Che vincere una regionale conti poco ai fini del professionismo è chiaro, lo sanno tutti e io sarei ipocrita nel sostenere il contrario. Ma che siano inutili, come dichiarano in molti, io invece non lo credo affatto».
Peraltro, sei uno dei più giovani direttori sportivi della categoria. Anche quello del mancato ricambio generazionale in ammiraglia è un tema che prima o poi andrà seriamente affrontato.
«Di volti nuovi se ne vedono pochissimi, purtroppo. È una tendenza di cui mi sto rendendo conto anche io. Servirebbe lungimiranza, poiché i problemi più grandi potrebbero emergere tra cinque o dieci anni, non tanto adesso. Però non ho una soluzione. Io, ormai dieci anni fa, sono sceso dalla bicicletta e sono salito sull’ammiraglia, ma chi sono per giudicare le scelte altrui? Quello del direttore sportivo è un mestiere faticoso, pieno di responsabilità e di sacrifici, che costringe a trascorrere diversi giorni lontano da casa e che non si esaurisce nelle quattro ore di gara. Ma sono d’accordo con te, è una questione che va necessariamente affrontata prima che sia troppo tardi».
Quali appuntamenti vi attendono adesso?
«Il Tortoli, il Matteotti e il Marmo sono i più imminenti. La mia gara dei sogni è Briga Novarese, quella della squadra invece è la Firenze-Viareggio. Si corrono entrambe nella prima metà di agosto, le abbiamo già cerchiate in rosso. E a questo punto non ci rimane altro che sperare di ricevere l’invito al Giro Next Gen: sarei orgoglioso di guidare i ragazzi in una gara simile».











