C’è qualcosa che colpisce, ogni anno, nell’osservare Mathieu Van der Poel alle classiche. Non solo le indiscusse qualità atletiche o la capacità di leggere la corsa con lucidità e ferocia, ma anche l’equilibrio quasi pittoresco con cui sta in bici. Il suo mezzo non è spinto all’estremo, non grida “performance a tutti i costi”, eppure si muove con una naturalezza che lo rende un’estensione perfetta del suo corpo.
L’occhio cade subito sulla posizione: non estrema, non esasperata. Lo scarto sella-manubrio è contenuto, quasi sottodimensionato rispetto agli standard attuali. Niente dislivelli da 10/12 centimetri, come si vedono su molte bici di colleghi WorldTour. La piega di Van der Poel è più alta, più accessibile, più “umana” se vogliamo — eppure la bici resta filante, tesa, pronta a scattare. Una geometria che racconta molto di più di quanto sembri: non è solo una questione di comfort, è controllo, efficacia nella guida, gestione della potenza su terreni e percorsi mutevoli.
Un altro dettaglio interessante riguarda la posizione della sella. A differenza di molti professionisti che spingono la sella tutta in avanti per compensare il poco arretramento del reggisella, Van der Poel mantiene uno scarto ben visibile tra lo scafo della sella e il punto di fissaggio al reggisella, segno di un’impostazione volutamente arretrata. Questo contribuisce a un assetto più stabile, bilanciato e potente nel carico sui pedali, soprattutto nelle fasi di spinta sui tratti duri.
È importante però considerare un aspetto tecnico fondamentale: Van der Poel utilizza un reggisella con offset zero, cioè privo di arretramento integrato. Questo tipo di componente porta naturalmente il ciclista più avanti rispetto all’asse verticale del movimento centrale. Quindi, anche se la sella appare arretrata, la posizione complessiva risulta comunque avanzata nella pratica, ma in modo armonico e biomeccanicamente equilibrato, senza forzature.
Un approccio molto diverso, ad esempio, da quello adottato da corridori come Pogacar, che pure utilizza un reggisella senza offset, ma con la sella spinta completamente in avanti, al limite delle possibilità di regolazione
Insomma, VDP incarna un’idea di ciclismo in cui la forma è al servizio della funzione, senza forzature. Dove l’eleganza non è un vezzo estetico, ma l’espressione visiva di una biomeccanica precisa, consapevole, raffinata.
Un promemoria potente per chi crede che la performance passi solo da numeri estremi: a volte, la vera efficacia sta nell’equilibrio.














