Giro delle Fiandre, Trentin: «Coalizioni e attacchi a ripetizione l’unica tattica per sfiancare i due fenomeni»

Trentin
Matteo Trentin alla vigilia del Giro delle Fiandre 2025
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Se si vuole parlare di tattiche di gara e di come provare ad impensierire due fuoriclasse come Mathieu Van der Poel e Tadej Pogacar, è giusto andare a bussare alla porta di Matteo Trentin, che ci accoglie nel giardino dell’albergo di Kortrijk dove alloggia la sua Tudor Pro Cycling. Con il sole che batte e che ha fatto felici tutti i corridori impegnati domani al Giro delle Fiandre, inizia la nostra chiacchierata con l’esperto trentino…

Matteo, innanzitutto, Fiandre numero?

«Perché dovete sempre ricordarmi che sono vecchio? (Ride ndr.) Forse il decimo?»

Ti aiutiamo noi. Quello di domani è il tredicesimo… Cosa ricordi della prima volta?

«Poco perché ormai sono passati troppi anni. No, scherzi a parte, l’emozione di essere al via con tutti quei tifosi in piazza e a bordostrada ad aspettarci e ad acclamarci. Se penso a quel giorno, mi vengono ancora i brividi. Però nulla è cambiato: le sensazioni sono sempre le stesse».

Hai corso ai tempi di Boonen e Cancellara e corri oggi ai tempi di Van der Poel e Pogacar, cos’è cambiato?

«Nulla, che i più forti vincono sempre. Quando si andava al Nord quindici anni fa si guardavano Tom e Fabian, oggi si guardano Mathieu e Tadej. L’unica differenza è che Pogacar poi va a vincere anche i Tour de France, e questo forse lo rende davvero speciale».

Domani se la vedranno loro?

«Sinceramente non darei la partita già per chiusa, ci sono quasi 270 chilometri da percorrere, molto insidiosi e ricchi di difficoltà, qualcosa può succedere sempre e bisogna farsi trovare preparati. Certo, se mi chiedi chi sono i favoriti, non posso che fare il loro nome».

Come si possono mettere in difficoltà? Nell’uno contro uno sembrano imbattibili.

«Bella domanda. Direi coalizzandosi, provando a portare via un gruppo folto, così da costringerli ad inseguire. Attaccarli a ripetizione con più uomini fin dall’inizio, per far lavorare i loro compagni e isolarli. Le care vecchie tattiche del ciclismo che possono sempre tornare utili. Affrontarli di petto non avrebbe molto senso».

La tua Tudor correrà così?

«Dobbiamo sicuramente inventarci qualcosa, siamo qui e non vogliamo sfigurare. Ci manca Alaphilippe, che avrebbe potuto fare molto bene domani, ma siamo una squadra solida. Io potrei definirmi il finalizzatore, ma se non avessi le gambe, non ci penserei due volte a lanciare uno dei miei compagni».

Quanto conterà la tua esperienza nell’evolversi della corsa?

«Cerco di portare le mie conoscenze, di cogliere gli attimi giusti, di prevedere cosa succederà. I miei compagni sanno di potersi fidare di me. Se andremo tutti verso la stessa direzione e se ci muoveremo compatti sui muri, correndo davanti, allora qualcosa di buono potrà veramente accadere».

Qual è il tuo bilancio dopo un anno e mezzo in squadra?

«Posso dire che è difficile stare dietro ad un team che corre così veloce. Ogni giorno che passa vedo da dentro la crescita e lo sviluppo professionale. Si migliora di gara in gara e se siamo protagonisti in tutte le corse in cui veniamo invitati, un motivo dovrà pur esserci».

E infatti sono arrivati gli inviti a Giro e Tour…

«Una soddisfazione incredibile. Al di là dell’aspetto manageriale, che è al top, a me preme soprattutto l’aspetto agonistico. Io sono sempre stato un corridore che ha fatto della grinta e della tenacia i propri punti di forza. Ecco, io rivedo nel team questa voglia di emergere. Forse non abbiamo il Van der Poel o il Pogacar di turno, ma vi assicuro che qui dentro c’è tanta fame».

Stai già pensando al Giro oppure speri di essere al Tour?

«Vi devo dire la verità? Non ci penso minimamente. Adesso so solo che devo correre domani un intero Fiandre, domenica prossima un’intera Roubaix e la domenica di Pasqua l’Amstel Gold Race. Chiedetemi a Pasquetta come starò e forse vi darò una risposta…».