
Terminata improvvisamente l’esperienza alla Gazprom, Dmitri Konychev si era ritrovato di punto in bianco senza squadra. Tuttavia, fedele a quella filosofia che già da corridore gli aveva permesso di raccogliere tanti successi prestigiosi, non ha perso la lucidità e si è messo ad annusare l’aria cercando di fiutare l’occasione migliore.
«Ho avanzato una candidatura per entrare in un paio di squadre del World Tour, ma non sono stato preso in considerazione. Una volta usciti dal professionismo, rientrarci è difficile. A maggior ragione negli ultimi tempi, da quando i corridori che smettono diventano subito direttori sportivi. Cercare non mi aveva cercato nessuno, comunque, devo essere sincero. Finché non mi ha chiamato Petacchi».
Per coinvolgerti nel nuovo corso della Padovani, società di cui Alessandro è team manager.
«Ci siamo incontrati all’Italian Bike Festival di Misano, doveva essere metà settembre. Mi è stato proposto il ruolo di direttore sportivo, d’altronde l’unico che so ricoprire da quando nel 2007 entrai alla Tinkoff, e ho accettato praticamente subito. Insieme a Petacchi e ad Ongarato ho corso negli anni della Fassa Bortolo, ci conosciamo da una vita. Pensa, la quarta e ultima tappa al Giro della mia carriera l’ho vinta a Vasto nel 2000 e me la tirò Alessandro».
Perché hai accettato?
«Perché mi piace l’idea di far parte di un progetto giovane e solido promosso da colleghi che stimo. Siamo una squadra professionistica in miniatura. L’organizzazione non manca: c’è il mental coach, c’è il nutrizionista, ci sono insomma tutte quelle figure oggi imprescindibili. Il ciclismo è cambiato, anche e soprattutto quello giovanile, e bisogna prenderne atto. Non possiamo contare su di un budget esagerato, ma l’obiettivo è quello di crescere anno dopo anno, quindi non abbiamo fretta».
Conosci il mondo dilettantistico?
«Non molto, è inutile che dica bugie, ma ho già cominciato a studiare e fortunatamente vivo di ciclismo da quasi quarant’anni, quindi so barcamenarmi. Io credo che l’attività dilettantistica internazionale sia una sorta di professionismo ma con meno soldi a disposizione, con tutto quello che ne deriva. Nei prossimi giorni avrò l’opportunità di conoscere meglio i corridori e sono molto contento di cominciare a lavorare».
Quando debutterete?
«Se verrà accolta la nostra richiesta, potremmo cominciare all’Etoile de Bessèges in programma all’inizio di febbraio. Non montiamoci la testa, ma sarebbe davvero un grande esordio. Cercheremo di correre all’estero il più possibile, finché le nostre possibilità e la clemenza degli organizzatori ce lo permetteranno. Lampugnani, l’altro direttore sportivo, dovrebbe concentrarsi perlopiù sul calendario italiano, che peraltro conosce benissimo, mentre io mi dedicherò soprattutto a quello internazionale».
Estero e corse a tappe: è questa la vostra ricetta?
«Non possiamo generalizzare, nell’organico ci sono anche due ragazzi che devono ancora finire la scuola e di conseguenza andranno trattati diversamente rispetto agli atleti più esperti. Però, se mi chiedi un parere, io sono convinto che oggi un Under 23 debba correre molto all’estero e spesso tra i professionisti. Solitamente, le gare straniere a cui una squadra italiana ambisce sono di alto profilo: è come affrontare periodicamente il Giro o il Valle d’Aosta, è come se in Italia si potessero sempre disputare gare internazionali. Il confronto con i vivai e con le migliori continental è imprescindibile».
Che differenze possono esserci tra lavorare con i professionisti e con i dilettanti?
«Io penso che sia fondamentale non dare niente per scontato: quello che per me e per un trentenne è naturale, magari non lo è per un diciottenne. E quindi va osservato, ascoltato e indirizzato. Di certo non mi metterò a inseguire nessuno: chi vuole ascoltare, chi vuole apprendere, ne avrà la possibilità, ma per imparare bisogna averne voglia».
Chi è stato il tuo direttore sportivo di riferimento?
«Ferretti, senza ombra di dubbio. Il più grande, il più competente, il più severo e il più appassionato che abbia mai conosciuto. Nessuno parlava con la sua chiarezza. Era esigente, mai gratuito però. Io talvolta mi arrabbio, ma di base mi piace scherzare e sdrammatizzare».
Chi sono i corridori con cui hai instaurato un bel rapporto?
«Zakarin è quello che ho sentito più vicino, ma non posso non citare “Purito” Rodríguez e Kristoff: due campioni e allo stesso tempo due esempi di professionalità. Ho frequentato i piani alti e ho accumulato un’esperienza preziosa, ma il passato non conta: entro nella categoria con l’ambizione e la curiosità dell’ultimo arrivato. Proverò a trasmettere le mie conoscenze come chiunque altro».
Nel 1987 vincesti Recioto, Liberazione e Giro delle Regioni, e ti sei ritirato nel 2006 a quarant’anni già compiuti. Una carriera lunga e prolifica nella quale hai conquistato quattro tappe al Giro, quattro al Tour e una alla Vuelta, senza dimenticare i due podi mondiali: l’argento a Chambéry nel 1989 e il bronzo a Benidorm nel 1992.
«Un’avventura emozionante. Forse non è nemmeno giusto riferirsi alla mia attività giovanile di allora definendola “dilettantistica”: quando arrivava il Liberazione, io ero già stato a correre a Cuba e nelle Sei Giorni in pista. Però sono durato tanto, non ho mai esagerato e mi sono sempre divertito. Oggi, invece, la trafila è più stressante. Ce ne sono tanti di ragazzi che pedalano bene, ma quelli che riescono a combinare la parte atletica con quella psicologica sono pochi. Quando si ha a che fare coi giovani bisogna tenerne di conto».












