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Che il calendario dilettantistico italiano abbia bisogno di una rivisitazione è sotto gli occhi di tutti. Mancano le gare a tappe, non bastano Giro Next Gen, Veneto, Valle d’Aosta e Friuli. La prima si svolge a giugno, la terza a metà luglio; poi, un buco di un mese e mezzo per l’ultima. Niente prima di giugno, niente dopo settembre. Mancano proprio le gare, in alcune zone e in alcuni periodi: c’è chi invoca un supporto federale pur di allestirne qualcuna in più (personale e transenne fornito senza voler niente indietro, chiudere un occhio sulle tasse federali). C’è chi, ancora, lamenta l’assenza delle vere salite: come può nascere una nuova generazione di scalatori, se in corsa si affrontano quasi esclusivamente degli strappi?

Ma più di ogni altra cosa, nel mirino finiscono regolarmente quelle che negli ultimi anni sono diventate le grandi colpevoli dell’involuzione del ciclismo italiano: le gare del campanile. Vale a dire quelle manifestazioni storiche, organizzate spesso e volentieri alla bell’e meglio in concomitanza con sagre e santi patroni, non particolarmente dure né lunghe che si svolgono in circuito e contraddistinte da passaggi tortuosi e continui cambi di direzione (e conseguenti rilanci). Alcune critiche sono condivisibili. La sicurezza dev’essere una priorità e non può essere liquidata con gli stessi accorgimenti di cinquant’anni fa. Il valore tecnico delle corse è discutibile: poter contare su una squadra numerosa nelle prime posizioni del gruppo può bastare e avanzare, difficilmente s’incontrano strappi o situazioni anomale come, ad esempio, i ventagli. E ancora, qual è il peso specifico di una vittoria maturata contro avversari locali e al termine di una prova che, nella migliore delle ipotesi, si può definire soltanto veloce? Ci sono realtà che intorno a certe illusorie e poco lungimiranti soddisfazioni fanno ruotare un’intera stagione.

La strada che il movimento internazionale ha imboccato, e non da oggi, è d’impronta capitalistica, per così dire. La competizione è costante e sfrenata. Il livello deve salire a prescindere, senza curarsi di quali possano essere i limiti. In un ciclismo del genere, in cui i vivai degli Under 23 non sono poi così inferiori ai team professionistici di quindici anni fa, l’idea che possano esistere ancora delle corse regionali sembra anacronistica. Ma cosa rimarrebbe del calendario italiano se queste gare dovessero scomparire? Quando si diraderebbe l’attività? Per quanti chilometri dovrebbero spostarsi ragazzi e rispettive famiglie per correre? La passione nasce sognando d’emulare i professionisti, d’accordo, ma poi è necessario avere la possibilità concreta di emularli. Un sogno è come una pianta, se non viene annaffiato muore.

Questa prima riflessione ne solleva poi un’altra: perché ci si ostina a non voler vedere che all’interno del dilettantismo stesso si sono formate altre sottocategorie? Ci sono i vivai e alcune continental di buon livello, continental invece mediocri che possono essere accostate a ottime squadre di club, e infine realtà a malapena regionali. Non è pensabile ristrutturare il calendario italiano senza tenere conto di questa diversità. La promiscuità degli ultimi anni non è che abbia portato miglioramenti sensibili: una continental che vince una gara di paese non ci guadagna niente (tanto la squadra quanto il corridore), mentre a perderci è invece la piccola realtà che in quella stessa corsa trova lo stimolo, per quanto piccolo, per andare avanti e per permettere di continuare agli atleti meno talentuosi. Non è colpa delle gare del campanile se il movimento italiano non riesce più ad esprimere una classe sportiva all’altezza del confronto internazionale, così come non sarà mandando le continental a sfidarsi contro le squadre locali che aiuteremo il nostro dilettantismo.