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La questione è la seguente. Martedì della scorsa settimana hanno ricevuto una mail tutte quelle squadre che non sono state invitate da Rcs al prossimo Giro Next Gen, in programma dal 9 al 16 giugno. Due giorni dopo, giovedì, nelle stesse ore in cui si correva il Gran Premio della Liberazione, hanno ricevuto una mail tutte quelle squadre che, invece, Rcs ha deciso di invitare al prossimo Giro Next Gen. Pare che la nuova formula contempli ventinove team composti da sei corridori ciascuno: meno formazioni, dunque, con lo scopo non dichiarato ma evidente di alzare ulteriormente il livello della corsa e di tentare di azzerare il rischio che si ripetano scene francamente indifendibili come quella dello scorso anno, quando trentuno corridori vennero squalificati per traino ripetuto e prolungato nel finale della frazione che si concludeva in cima allo Stelvio. Fin qui niente di strano, anzi. Peccato che il criterio, di per sé aleatorio nella teoria, non sia stato rispettato nella pratica.

Tra le squadre che non avrebbero ricevuto l’invito ci sarebbero tre continental (Um Tools, Work Service e Beltrami) e almeno tre squadre di club illustri (Hopplà, Mastromarco, Solme-Olmo). Curioso il caso della Q36.5: Daniele Nieri, il giovane direttore sportivo toscano, sostiene di non aver ricevuto nessuna delle due mail, quindi a meno di quaranta giorni dall’inizio del Giro non sa ancora se potrà partecipare insieme ai suoi ragazzi. Situazione grottesca, se vogliamo, ma ancora peggio sarebbe se il vivaio della professional svizzera venisse davvero escluso. Il roster è di stampo internazionale, il calendario affrontato è di assoluto livello, la possibilità di correre da stagista con la prima squadra è ghiotta e concreta. La domanda sorge spontanea: se nemmeno la Q36.5 riesce ad ottenere un invito, allora quale destino attende le altre realtà? Con quali forze (per quali motivi, inseguendo quali interessi) uno sponsor continuerebbe ad investire nel ciclismo giovanile italiano?

L’eventuale esclusione della Q36.5, che di base avrebbe del clamoroso, troverebbe l’unica giustificazione nella qualità più alta degli altri ventinove organici al via. Ma è proprio qui che sorge l’altra contraddizione: per una Q36.5 tenuta in stallo, ci sono almeno due squadre italiane già certe della partecipazione nonostante un gruppo e dei risultati notevolmente inferiori. Queste due formazioni sono la Arvedi di Rabbaglio e la Campana Imballaggi di Coden. Tuttavia, come hanno tenuto a sottolineare diversi direttori sportivi, nessuno ce l’ha con Rabbaglio e con Coden, adesso nell’imbarazzante situazione di dover giustificare la loro presenza a discapito di altre realtà: solamente, ci si domanda come mai il privilegio di partecipare alla corsa rosa degli Under 23 sia toccato a loro e non al vivaio della Q36.5.

Che Rcs non abbia ancora diramato la lista ufficiale dei team, lascia intuire che le tante lamentele degli ultimi giorni abbiano spinto l’ente organizzatore a riflettere meglio sulla questione. C’è anche chi si è rivolto alla Federazione, chiedendo al presidente Dagnoni di alzare la voce nelle sedi opportune per tutelare un movimento già in difficoltà. La richiesta di aiuto è più che mai lecita e giustificata: l’ultima parola spetterà all’azienda Rcs, che ha tutto il diritto di invitare chi desidera, ma qual è il ruolo di una Federazione se non quello di farsi garante dei corridori e dei team che rappresenta?

Non convince nemmeno, infine, il probabile allestimento di una formazione interregionale. Il concetto è nobile e condivisibile, si proverebbero a salvare almeno sei esclusi, ma più che una squadra mista gli addetti ai lavori avrebbero preferito una nazionale italiana guidata da Marino Amadori e sostenuta dalla Federazione. La maglia azzurra e una struttura all’altezza darebbero un’immagine migliore e delle garanzie diverse (mezzi, staff, professionalità) a chi ne farebbe parte. C’è da capire, poi, chi sarebbe disposto a guidarla. Sicuramente non Nieri e nemmeno Provini, già interpellati. La spiegazione è semplice: se non possono partecipare con la loro formazione, allora preferiscono rimanerne fuori, perché una squadra è una squadra e concentrarsi soltanto sulle individualità migliori può rivelarsi poco lungimirante e dunque pericoloso. Difficile dar loro torto.