«I ricordi sbiadiscono, ma quel giorno è impresso nella mia mente come nessun altro». Quando Dino Zandegù inizia a parlare di quel 2 aprile del 1967 si percepisce la sua emozione e la sua commozione. «Sono passati tanti anni, eppure potrei raccontare di quel giorno qualsiasi cosa, il mio Giro delle Fiandre».
Erano gli anni di Eddy Merckx e Felice Gimondi, i due fuoriclasse che in ogni gara se le davano di santa ragione e regalavano spettacolo. Il Cannibale aveva appena vinto la Milano-Sanremo e la Gand-Wevelgem e si apprestava a trionfare nella prima Ronde della sua carriera.
«Tutto sembrava disegnato. Eddy che vinceva davanti al suo pubblico, battendo il fenomeno italiano. Io correvo nella Salvarani e mi ricordo lo sguardo di Felice, non accettava che questo giovanissimo dal cognome astruso gli togliesse la scena».
Nell’ammiraglia della Salvarani sedeva Luciano Pezzi che la sera prima del Giro delle Fiandre si avvicina a Zandegù. «Pezzi mi spiega che tutti correranno a supporto di Gimondi, mentre io avrei dovuto attaccarmi alla ruota di Merckx e non perderlo mai di vista».
E visto che il giorno della gara prometteva pioggia mista a neve, nebbia e grigiore ovunque, Pezzi gli attacca anche il numero 130, quello di Eddy, sul retro del guantino.
Zandegù in quel 1967 era già un corridore maturo. Aveva 27 anni e si era già tolto qualche soddisfazione, come le due tappe al Giro d’Italia nel 1966, la Tirreno-Adriatico e il Giro di Romagna.
«Ma non ero certo un fenomeno paragonabile a quei due là. Eppure mi sentivo benissimo, ero in forma smagliante e dopo la Sanremo ero corso in Belgio per prepararmi al clima freddo e alle stradine tipiche delle Fiandre. Infatti non appena la corsa è esplosa con un colpo di vento, io mi sono ritrovato lì davanti, a ruota di Merckx».
Il Cannibale accelera ancora e il gruppo si screma ulteriormente, rimangono in 30. Ma Merckx non è sazio, attacca sul Muro di Grammont e rimangono in dieci. Non è finita, quel giorno il belga è un vero e proprio «diavolo». Fa tre o quattro chilometri a tutta mettendosi in testa e rimangono in tre. Lui, Noel Foré e Zandegù.
«Non appena Merckx si distrae e rallenta per riprendere un po’ il fiato, visto che nessuno gli ha dato il cambio, attacco e provo a fare il vuoto. Eddy si fa sorpendere, mentre Foré balza alla mia ruota. Iniziamo a guadagnare quei 15-20 secondi utili per giocarci la volata io e il francese: a cinquanta metri dall’arrivo lui alza bandiera bianca e il Giro delle Fiandre è mio».
Terzo sarà Merckx, quarto sarà Gimondi, felice di nome e di fatto. «E a quel punto inizia la festa, prima con i tantissimi italiani venuti a vederci, emigrati dal nostro Paese per andare a lavorare nelle miniere del Belgio, poi in albergo. I fratelli Salvarani erano al settimo cielo, portarono lo champagne e ci divertimmo fino all’alba. Io mi ero accorto di aver fatto qualcosa di incredibile, è un po’ come se adesso battessi Van der Poel e Van Aert, e mettiamoci pure Pogacar».
Ma Dino guarderà il Fiandre quest’anno? «Certo, non me lo perderò. Quando vedo i muri e il popolo in festa mi riaffiorano i ricordi. Io spero nel nostro Bettiol…».













