Napolitano meccanico della Hopplà: «Oggi ai ragazzi manca la voglia di spaccare il mondo»

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Danilo Napolitano, ex corridore e attuale meccanico della Hopplà-Firenze
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Nel gruppo dei dilettanti, Danilo Napolitano ci era rientrato l’anno scorso. Era al seguito della Sias di Calosso come meccanico al Giro del Friuli. Un giorno, uno degli ultimi, i mezzi della Sias e quelli dell’Hopplà erano accanto, e gli si fece incontro Matteo Provini. Gli chiese come se la passava e se per la stagione successiva fosse stato disponibile.

«Parliamone, gli risposi – racconta Napolitano – Trovammo l’accordo durante gli europei, era già settembre. Io Provini lo conoscevo di nome e di fama, ma direi che siamo sulla stessa lunghezza d’onda. È sincero, dice quello che pensa e come secondo lui stanno le cose. Non illude, non prende in giro. Io sono fatto uguale, quindi so perfettamente che molto spesso la sincerità si paga caro, ed è più comodo farla passare per arroganza o cattiveria».

Danilo, quando hai scoperto di voler fare il meccanico?

«Smontare e rimontare, fare e disfare, mi è sempre piaciuto: lo facevo già da bambino. Poi, negli anni trascorsi alla Lampre, ho avuto la fortuna di poter contare su meccanici come Pengo e Archetti. Dopo i massaggi mi sedevo vicino a loro, chiacchieravamo e li guardavo lavorare. Senza nulla togliere agli altri, la scuola italiana non si batte: bene come i nostri meccanici non lavora nessuno».

Ma nelle ultime stagioni eri impegnato in altre attività: perlopiù come direttore sportivo, alla Bustese prima e alla Giovani Giussanesi poi.

«Tant’è che infatti non parlerei di una vera e propria vocazione per il mestiere del meccanico. Mi piace molto, altrimenti non lo farei, ma sono arrivato a ricoprire questo ruolo dopo aver provato e capito cosa significa essere il direttore sportivo di ragazzi molto giovani. È difficile e logorante per farla breve».

Spiegati meglio.

«Bisogna tener conto di mille fattori. Ogni ragazzo ha le sue qualità, sportive e umane, e alle sue spalle c’è una famiglia che può avere dei problemi. Ce ne sono tante, fidatevi: io stesso ne sono rimasto stupito. La difficoltà sta nel trattare tutti con lo stesso rispetto e con la stessa considerazione, rispettando allo stesso tempo le peculiarità di ognuno. Non credo di cavarmela malissimo, ma forse non è il ruolo per cui mi sento più portato. Oppure, detta ancora meglio, non sono bravo quanto vorrei».

Napolitano
Napolitano in maglia Lampre, nella sua unica vittoria di tappa al Giro, era la 9ª frazione del 2007 e batté McEwen, Petacchi e Bettini

Ma alla Bustese prima e alla Giovani Giussanesi poi hai fatto un bel lavoro.

«Alla Bustese avevo meno libertà di manovra, alla Giovani invece sono stato il promotore di cambiamenti che hanno migliorato l’ambiente, aiutato anche da una proprietà che si è fidata di me e che ha messo a mia disposizione gli strumenti per lasciare il segno. I ragazzi della Giovani li seguo ancora: non sono più il loro direttore sportivo, adesso ci pensa Cheula, però mi occupo dei loro allenamenti e do qualche consiglio, una sorta di consigliere con cui potersi confrontare».

Cosa c’è di complicato nel lavorare coi giovani d’oggi?

«Vogliono troppe comodità, non sono pronti a spaccare il mondo, dicono a loro stessi che se non sfondano col ciclismo possono sempre iscriversi all’università oppure andare a lavorare, magari un lavoro nemmeno troppo logorante. Non è che il ciclismo è diventato uno sport per ricchi: è diventato uno sport di benestanti, di ragazzi a cui non manca davvero niente. E perché darsi da fare, se non ti manca niente?».

Riesci a fare degli esempi concreti?

«Potrei, ma non voglio mancare di rispetto a nessuno. Ma sai quante volte ho dovuto combattere coi ragazzi e con le loro famiglie alla vigilia di un allenamento di quattro o cinque ore? Va avanti chi lotta, chi non molla mai, chi è disposto ad accettare fatica e sacrificio. Parlo di me perché conosco la mia storia: io, se non avessi sfondato, sarei andato a fare il muratore. Il ciclismo è sempre stato una passione, ma col senno di poi anche un modo per tirarsi fuori da una vita comunque dura e probabilmente meno gratificante».

Il mestiere del meccanico è faticoso?

«Io credo che ogni mestiere abbia le sue fatiche e imponga i suoi sacrifici. La differenza sta nel piglio con cui lo affronti. Lo dico sempre, devo essere nato fortunato perché nella mia vita ho sempre fatto lavori che mi piacevano tanto. Io dal lunedì al venerdì lavoro a Milano, alla Cicli Drali, e nel fine settimana sono con Provini alle corse dei dilettanti: se non ci andassi volentieri, chi me lo farebbe fare? A maggior ragione tra qualche settimana, quando inizieranno prima le gare del martedì e poi anche quelle a tappe».

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Danilo Napolitano insieme a Robbie Mc Ewen, di cui è stato compagno di squadra in Katusha nel 2009 e nel 2010

Che dilettantismo hai ritrovato?

«Ho debuttato alla San Geo, poi il giorno dopo ero a Misano. Ho visto di tutto: squadre organizzate e squadre improvvisate, direttori sportivi giovani e direttori sportivi anziani. Secondo me nel dilettantismo italiano si sta verificando quel ricambio generazionale che, invece, manca nelle primissime categorie, quelle riservate ai bambini. Chi ha una certa età merita rispetto, ci mancherebbe altro, ma la pazienza e l’energia di un giovane appassionato sono impareggiabili. Tra i dilettanti, invece, è bene che ci siano i cinquantenni, anche qualcosa in più: a quel punto il ciclismo è già un lavoro, sono necessarie delle figure con una certa esperienza».

Mai pensato di metterti in proprio con una tua squadra?

«Nella mia vita non mi sono fatto mancare niente. Ho fatto il direttore sportivo, adesso sono meccanico. Mi manca di fare il massaggiatore, ma a quello ci pensa già mio fratello. Prenderei in considerazione un progetto personale soltanto se supportato da uno sponsor importante. Non voglio allestire una formazione tanto per passare il tempo, non voglio prendere in giro nessuno. Di realtà improvvisate ce ne sono già tante. Da questo punto di vista, l’Hopplà è esemplare».

In che senso?

«La filosofia di Provini è chiara: lavoro duro, serietà, mutuo rispetto e organizzazione perfetta. Ai ragazzi non deve mancare nulla, vanno messi nelle migliori condizioni per esprimersi, cosicché possano imparare ad assumersi le loro responsabilità senza cercare alibi né incolpare nessuno. Ecco, se ci fosse la possibilità di imbastire un progetto simile, allora potrebbe interessarmi».