Cataldo non rimarrà alla Gragnano: «Vinco e mi piazzo, spero che a breve arrivi l’offerta giusta»

Cataldo
Lorenzo Cataldo, ex corridore della Pallazago, batte Magli a Poggio alla Cavalla (foto: Giuliani)
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Ogni anno, specialmente agli inizi, alle visite mediche prestagionali Lorenzo Cataldo si sentiva ripetere la stessa frase: dovevi fare il rugbista, non il corridore. Anche da battute e più o meno piccoli segnali come questi si può intuire il proprio destino.

«D’essere nato velocista l’ho sempre immaginato – racconta Cataldo – Intanto perché sono alto 1,78 e peso 75 chili. Poi perché in volata mi ci sono sempre buttato, raccogliendo buoni risultati. Molto banalmente, anche coi compagni d’allenamento. La fonte d’ispirazione più grande è sempre stata Mark Cavendish, sia per quello che ha vinto che per gli alti e i bassi che hanno reso leggendaria la sua carriera. E’ stato spietato, fortissimo nel ritornare ai suoi livelli dopo momenti bui e difficilissimi. Ho una sua volata in testa: la vittoria sui Campi Elisi nel 2009, quando lui e Renshaw, il suo ultimo uomo, fecero letteralmente il vuoto. Ricordo ancora le riprese con la telecamera laterale, Cavendish mi sembrava un dio. Avevo il suo poster in camera, un vero e proprio modello».

Tu che velocista sei?

«Abbastanza puro, anche se a volte non mi dispiacerebbe resistere maggiormente in salita per ampliare il ventaglio di gare in cui poter dire la mia. E poi sono più portato per le volate lunghe: non ho l’esplosività che serve negli ultimi cinquanta metri, mentre invece riesco a mantenere una potenzia media elevata partendo da lontano».

Mai avuto paura?

«No, mai. Anzi, ai velocisti di uno sprint piace proprio quello: il pericolo, l’imprevisto, le mille traiettorie che possono venire a crearsi. Io sono abbastanza spregiudicato, me ne rendo conto. Ma come mi hanno sempre insegnato, laddove passa il manubrio passa anche il corpo. Quindi non mi riguardo, buttarmi mi viene naturale. Può suonare arrogante, ma è così: se un velocista si ferma a pensare perde l’attimo».

C’è una tua volata che ti è rimasta particolarmente impressa?

«Era il 2017 e correvo tra gli juniores. Il mio rivale d’allora era Gazzoli, che in quei giorni era già campione europeo e si apprestava a prendere il bronzo ai mondiali di Bergen. Eravamo sul lungomare di Marina di Massa, alla vigilia del Buffoni. Io e lui ci lanciamo in una volata lunghissima, partendo entrambi da dietro: io risalgo il gruppo a sinistra, lui a destra, e dopo una lotta spalla a spalla lo anticipai. Fu una bella soddisfazione».

Cataldo
Lo scorso anno, Lorenzo Cataldo vince il Circuito di Cesa battendo Rizza e Magli (foto: Bernardini)

Sei al sesto anno nella categoria, al secondo tra gli elite e con la maglia della Gragnano. A prevalere è la soddisfazione o il rimpianto?

«Sai, per un corridore come me che si butta in volata tante volte è normale accumulare dei rimpianti. Però di clamorosi non ne ho, non ho perso gare già vinte che potevano cambiarmi la vita. La volata è una questione di istanti e di istinto, scusa il bisticcio di parole, e quindi il confine tra giusto e sbagliato è sottilissimo. Posso dire, invece, che forse adesso sarei altrove se mi fossi sempre dedicato al ciclismo come nelle ultime due stagioni».

Spiegati meglio.

«Io la vita del corridore l’ho sempre fatta, questo voglio specificarlo. Ma oggi non basta, bisogna dedicarsi ai dettagli con una cura maniacale, non basta allenarsi come si deve e dare tutto quello che si ha. Quindi ho iniziato a lavorare con un mental coach, ho cambiato regime alimentare, ho sviluppato una sensibilità che prima non avevo. Io, poi, caratterialmente sono molto determinato e impulsivo, quindi se le cose non vanno come dico io mi arrabbio molto. Cosa ci posso fare, ognuno ha la sua croce, no?».

In cosa consiste il tuo nuovo regime alimentare?

«Da quando sono alla Gragnano, quindi da un paio d’anni, seguo una dieta chetogenica. All’inizio ero scettico, del resto continuano ad esserlo anche le persone intorno a me, ma se devo essere sincero mi trovo molto bene. In cosa consiste? Molto semplice: mangio grassi e proteine, mentre invece rinuncio a pasta, pizza e dolci. Io capisco i dubbi altrui, il ciclismo per una vita è andato avanti basandosi sugli zuccheri e sui carboidrati. Nella dieta chetogenica non si può sgarrare, difatti devo starci attento anche in gara. Prima di partire mangio uova e non più di trenta grammi di riso, durante lo sforzo non prendo gel perché altrimenti raggiungerei il picco glicemico e mi metterei kappaò da solo. Finché mi trovo bene continuerò così, se troverò qualcosa di meglio cambierò».

Cavendish
In prima fila, Cavendish in verde e al suo fianco Renshaw. E’ il 2009, il periodo d’oro della coppia. Alle loro spalle si riconoscono Hincapie sulla sinistra e Tony Martin sulla destra

Nel 2020 e nel 2021 hai fatto parte della Hopplà, la squadra migliore in cui hai corso. Cosa non ha funzionato?

«Era un bell’ambiente, al primo anno si chiamava ancora Casillo ed era una continental. Bei corridori, non ci mancava niente. Però non avevo la serenità mentale di cui ho bisogno. Infatti, quando ho firmato per la Gragnano, ho chiesto questo: che mi dessero fiducia e che non mi assillassero. Io non sono nato imparato e non sono un campione, quindi ascolto volentieri gli altri e ringrazio chi mi dà un buon consiglio. Ma siccome in bicicletta ci sono io, e siccome tutti i sacrifici della vita del corridore li faccio io, gradirei che mi si desse un po’ di fiducia e un po’ di libertà. Alla Gragnano l’ho trovata, altrove no».

Quindi rimarrai nella stessa squadra anche nel 2024?

«No, non rimarrò, ma non posso ancora dire dove andrò per il semplice motivo che non lo so nemmeno io. Fa pensare, non nascondo una punta di dispiacere: tra l’anno scorso e quest’anno ho vinto cinque gare e raramente, nelle corse adatte alle mie caratteristiche, esco dai primi dieci. Secondo le classifiche di merito, sono il decimo dilettante italiano dell’anno. Qualcosa penso di valere, spero arrivino delle offerte interessanti».

Il 7 novembre compirai 24 anni e tra i professionisti il livello delle volate è altissimo. Fino a quando rincorrerai il tuo sogno?

«Fin quando avrò voglia e ambizione, fin quando mi divertirò. La costanza non mi manca, inizio anche ad avere una certa esperienza, ma sono il primo a rendermi conto che dovrei vincere qualche gara in più e possibilmente di livello un po’ più alto. Per il ciclismo di oggi sono considerato vecchio, quindi da uno della mia età si aspettano tutti di più: non ho la scusa dell’inesperienza, ho meno tempo per dimostrare rispetto ad un diciannovenne. Ma io continuo a credere nel mio sogno: lo devo a me stesso, alla mia famiglia che mi ha permesso di concentrarmi su questo sport e a mio babbo che mi è rimasto sempre accanto».