
Per il momento non ha raccolto risultati notevoli, eppure di Tommaso Dati se ne parla un gran bene. Ad ascoltare il gruppo dei dilettanti, sembra debba esplodere da una settimana all’altra. Fino ad oggi, nelle prime due stagioni tra gli Under 23, qualche piazzamento interessante, specialmente l’anno scorso: ottavo alla Medicea, sesto al Dinucci, alla Zappi, al Giro del Veneto e al Cuoio, quinto al Città di Empoli e alla Lanciotto Ballerini.
«Credo che su di me vengano riposte tante speranze perché nelle categorie giovanili sono sempre riuscito a distinguermi pur senza interpretare il ciclismo come un’attività totalizzante – spiega Dati – Insomma, sono integro e ho tantissimi margini di crescita. Per questo devo ringraziare chi mi ha avuto da ragazzino e la Maltinti, la mia squadra nel 2021 e nel 2022».
Insomma, Tommaso, questo potrebbe essere il tuo anno?
«Chi lo sa, può anche darsi. Non faccio proclami, ma ci credo. A volte mi è capitato di pensare che soltanto impegnandomi un po’ di più potrei levarmi diverse soddisfazioni. Con calma, ma sto arrivando. Devo capire che il corridore si fa sempre, in ogni momento: bisogna abbattersi meno e non smettere mai di credere in se stessi. Io, comunque, non sono mai stato uno da tutto e subito».
Però sei considerato un talento. C’è stato un momento in cui hai iniziato a pensare che il ciclismo potesse diventare il tuo mestiere?
«Oddio, diciamo che ho ancora tanto da dimostrare. Da esordiente ho avuto qualche conferma: il ciclismo, allora, mi risultava facile e divertente come quand’ero bambino. Avevo provato anche nuoto e atletica, ma la scintilla non era scattata. In casa mia, all’epoca, si guardava soltanto il calcio. Al ciclismo mi ci avvicinai da solo perché volevo stare con mio cugino, col quale continuo ad avere un grande rapporto».
E tra gli Under 23, invece?
«Il Giro del Veneto dello scorso anno è stato un momento di svolta. Ho chiuso sesto nella classifica generale e migliore dei giovani, era la prima corsa a tappe della mia carriera. In un paio di occasioni, se mi fossi mosso diversamente, forse avrei anche potuto vincere una frazione, ma devo dire che il piazzamento mi ha soddisfatto».
Quindi dobbiamo considerarti un corridore da corse a tappe?
«Io sinceramente non ho capito né chi sono né dove posso arrivare. Sono abbastanza veloce, ma non mi butto nelle volate di gruppo: anni fa, lanciandone una a Della Lunga (oggi alla Colpack, ndr), caddi e rimasi impressionato. In salita mi difendo e pesando 63 chili sono abbastanza scattante, ma non mi si può certamente definire uno scalatore puro. Tutti mi dicevano che tra gli juniores e i dilettanti mi sarei reso conto delle mie peculiarità, ma fino ad oggi l’illuminazione non è arrivata».
A quali corridori t’ispiri?
«Nibali e Boonen hanno contribuito non poco a farmi appassionare al ciclismo. Il primo lo tifavo anche per patriottismo, però mi pareva affascinante. Ricordo bene quando dominò il Tour e il primo dei due Lombardia che ha conquistato. Ma più di Nibali, l’idolo della mia infanzia e adolescenza è stato Boonen. Di lui mi piaceva tutto: la potenza, il coraggio, la stazza, l’eleganza in sella. Ho ancora negli occhi l’impresa alla Roubaix del 2012, quando trionfò in solitaria dopo un’azione di cinquanta chilometri. E poi le classiche del Nord sono le mie gare preferite».
Tra i dilettanti, invece, quali hai puntato?
«La Firenze-Viareggio, senza dubbio. La reputo abbastanza adatta alle mie caratteristiche e soprattutto termina a due passi da Strettoia, Pietrasanta, dove vivo. Vincerla sarebbe un sogno, non lo nascondo».
Dopo due stagioni alla Maltinti hai deciso di passare alla Mastromarco. Come mai?
«Volevo cambiare aria. Tra l’altro, per un certo periodo, l’anno scorso in Maltinti c’era incertezza, non si sapeva se la squadra sarebbe stata allestita ancora o meno. Quando ho fatto sapere a Balducci che mi stavo guardando intorno, lui mi ha accolto a braccia aperte. Mi seguiva già da juniores, mi avrebbe voluto subito. Prima o poi era destino che le nostre strade s’incrociassero».
Che direttore sportivo hai trovato?
«Già lo conoscevo e nella categoria è un volto noto, sapevo cosa aspettarmi. E’ presente e appassionato, è disposto a tutto pur di seguire un corridore come si deve. Lo sento almeno tre o quattro volte a settimana, per un giovane credo sia fondamentale poter contare su una figura del genere».
Caratterialmente come ti descriveresti?
«Prima i pregi: tranquillo, alla mano, generoso, socievole, credo e spero simpatico. Poi i difetti: permaloso, pignolo, irascibile, testardo, non ammetto facilmente d’aver sbagliato. Un tempo, in bici, attaccavo spesso e volentieri. Adesso calcolo di più, ma rimango dell’idea che quando la corsa scoppia bisogna essere disposti a sprecare qualche energia. Meglio così che rimanere fregati nel gruppo degli inseguitori».
Quando debutterai?
«Il 25 febbraio alla Firenze-Empoli. E’ un appuntamento storico e prestigioso, per noi toscani è una specie di mondiale. Credo che saranno decisivi gli ultimi due giri del circuito con la salita di Monterappoli. Io un pensierino ce lo sto facendo. Cominciare la stagione con un bel risultato sarebbe incoraggiante».















